a giro in toscana. ABBAZIA DI SAN GALGANO, MONTALCINO, PIENZA E MONTEPULCIANO

«Due vegliardi camminano sul percorso panoramico di Pienza. Muniti di bastone, di amore, di abitudinarietà. Vorrei chieder loro quando si sono conosciuti e dove fuggivano per consumare la loro passione. Vorrei anche sapere cosa sanno della vita, cosa hanno imparato in ottanta e più anni d’esistenza»
Uno scorcio di Montalcino

SIENA. Un bagno di storia a cielo aperto, con le nuvole che minacciano pioggia e segnano la fine di un giro mozzafiato.

All’Abbazia di San Galgano arriviamo attorno le dieci, sazi di colazione ma silenziosi per la fine imminente. Ogni ultimo giorno precede un primo: dovremmo rammentarlo. L’Abbazia è pazzesca, e Martina concorda sul fatto che il cielo scuro dia un tocco di mistero a quel luogo d’altri tempi, col tempo che lo ha scoperchiato.

È infinita. Lunga, alta, con mille colonne, con lo spettro malinconico del tempo che passa, che non riusciamo mai a fermare, limitando la nostra opposizione all’inesorabile processo ponendo le mani davanti all’onda che avanza. Vivi il presente, e sogna per il futuro.

Da lì voliamo a Montalcino, dove una scolaresca di un istituto agrario sta imparando a potare gli ulivi. Il paesello viene scosso dalle risate e gli schiamazzi dei baldi giovanotti che di malavoglia fanno ritorno a scuola. Il cielo plumbeo fa da cornice ad un luogo silenzioso dove i pochi turisti, noi due compresi, parlano sottovoce, avvertendolo come obbligo. Ma questo lo avevo già detto.

A Pienza Martina si gode un piatto di pici al ragù. Io, mentre consumo il costolato di maiale, la guardo ungersi la bazza col sugo che cola dalla pasta. È un piatto che trovo a tavola abitudinariamente, e capisco in quel momento che il mento unto, i pici, la Val d’Orcia e tutto il resto, sono altri mattoncini che io e lei stiamo accatastando ordinatamente con l’intento di tirar su una casa.

Le fondamenta vennero gettate un anno e mezzo fa. Tutto questo rappresenta le mura con le finestre da cui godersi il verde e il giallo della mia terra, appoggiati coi gomiti sul davanzale in attesa che qualcosa si smuova, probabilmente meno ansiosi di trovar un senso a tutto quanto perché la sua presenza già significa molto, se non tutto.

Due vegliardi camminano sul percorso panoramico di Pienza. Muniti di bastone, di amore, di abitudinarietà. Vorrei chieder loro quando si sono conosciuti e dove fuggivano per consumare la loro passione. Vorrei anche sapere cosa sanno della vita, cosa hanno imparato in ottanta e più anni d’esistenza. Ma ho la sensazione che non riceverei risposta, che rimarrei ancor più deluso e quindi mi abbandono al desiderio che la persona con cui condividi la tua vita gli conferisca il giusto significato.

Il belvedere di Pienza

A Montepulciano, in una strada tutta salita e curve, facciamo una sosta in una bottega che vende cioccolata. Prendiamo due bombe caloriche e ce le andiamo a mangiare su una sorta di belvedere ventoso. Ricordo che mentre deglutivo guardavo Martina fotografare il panorama, sbirciando di quando in quando fuori dal bordo del suo cellulare, come se dovesse scattare una fotografia anche coi suoi occhi.

Il cielo è definitivamente scuro, dunque è necessario avviarsi verso la macchina. Abbiamo ancora alcune ore da passare insieme, compresa la notte durante la quale, come mai accade quando sono solo, mi sveglio per aggrapparmi alle sue piccole spalle.

Sarebbe scesa molta pioggia quella notte, picchiando sul vetro e creando un’atmosfera lugubre. La avrei abbracciata con ancora più forza.

La Toscana non ti lascia scampo, soprattutto quando ne visiti il cuore. Martina ne sa qualcosa.

È tutto finito, anche per questa volta. Sebbene domani sia un nuovo principio.

[Lorenzo Zuppini]

 

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