«7 MINUTI», IL TEMPO DELLE INCERTEZZE

Testo impegnato e tragicamente attuale quello firmato da Massini e Gassmann
Una delle dieci operaie del consiglio di fabbrica e Ottavia Piccolo
Una delle operaie del consiglio di fabbrica e Ottavia Piccolo

PISTOIA. Nessuno si è preso la briga di dare una risposta. 7 minuti, lo spettacolo teatrale scritto da Stefano Massini e diretto da Alessandro Gassmann andato in scena ieri sera al Manzoni e che sarà replicato stasera (alle 21) e domani, domenica (alle 16), si è chiuso così, in perfetta parità, 5 a 5: cosa abbia deciso di votare la contabile della fabbrica  –  se accettare la proposta-ricatto dell’azienda di rinunciare a sette dei quindici minuti di pausa e salvare così il posto di lavoro a tutte e duecento le impiegate, o dirsi contraria e aprire, virtualmente, uno scenario apocalittico di probabili ritorsioni, riduzioni stipendiali, licenziamenti  –, non si sa. Il sipario si chiude sulle sue improvvise certezze, non proferite e rimanda altrove il verdetto.

A fare da tramite tra l’azienda e il consiglio di fabbrica è Bianca (Ottavia Piccolo), delegata dalle altre dieci operaie a rappresentare loro e tutto il resto della fabbrica. Che funziona benissimo, nonostante i tempi di crisi nera: regge perfettamente l’urto del mercato, con bilanci sani e in attivo. La proprietà passa ad altri però e i nuovi padroni vogliono forse tastare il polso a chi ci lavora: la richiesta è banale; sette minuti. Una sciocchezza, un’inezia, davanti alla quale, tutto il consiglio di fabbrica sorride e tira un sospiro di sollievo: serpeggiava l’ipotesi di chiusura; il posto e lo stipendio e la libertà e la dignità, invece, sono salve.

Bianca però, che lavora a quei telai da oltre trent’anni, conosce alla perfezione le dinamiche aziendali ed è convinta che dietro quell’innocente e banale proposta della controparte si nasconda in realtà l’inizio di una lunga serie di ricatti. Sette minuti poi, contabilizza Ottavia Piccolo, sono una nullità come tempo-lavoro specifico, ma moltiplicato per tutte le impiegate della fabbrica diventano 600 ore di produzione che i titolari acquistano a costo zero.

Solo Bianca, all’inizio, intravede l’infida provocazione, ma con il trascorrere delle notte e del consiglio, anche qualcun’altra, fino a poco prima convinta esattamente del contrario, si lascia insinuare dal dubbio che l’esperta collega abbia saputo vedere lontano. E cambia opinione.

L’intera dinamica dello spettacolo si muove attorno a questi due estremi, contrapposti, ma congiunti, nella tenera debolezza dell’incertezza; la visione cinematografica è il tocco, indelebile e ormai classico, di Alessandro Gassmann, che trasforma il palcoscenico in una location di Cinecittà e attraverso un gioco di proiezioni e prospettive, produce un effetto tridimensionale da guerre stellari pistoiesi. Il pathos comunque resiste anche alle diavolerie scenografiche: Bianca, seppur anziana e stanca, è ancora mossa dal diritto di non sentirsi un numero ma una persona, una donna e per lei, quei miserabili e ininfluenti sette minuti sono in realtà una montagna di diritti, di conquiste, di meriti, da difendere con tutta la forza possibile e immaginabile. Nonostante i tempi siano quelli di un precariato selvaggio e di fabbriche che chiudono i battenti, e non di quelle che propongono una piccola impercettibile riduzione della pausa, per sopravvivere.

Un’azienda grande, forte, che raccoglie operaie provenienti da Roma, il Veneto, la Lombardia; un’operaia è turca, un’altra viene dall’Africa, è di colore, una terza è polacca. Qualcuna di loro è sposata: un’altra ha una figlia, ma non sa dove sia il marito. Un’altra si è innamorata da poco e sogna di sposarsi, ma tutte, indistintamente, a quei 900 euro mensili, non possono in alcun modo rinunciare. Nemmeno Bianca, madre di tre figli, di cui due ancora disoccupati, che tra qualche anno andrà in pensione e per questo, qualcuna, nei concitati, violenti drammatici momenti che precedono la votazione insinua che possa fare il gioco dei padroni, può rinunciare a quello stipendio.

Un docu-spettacolo forte, tristemente attuale, salutato dal pubblico numeroso del Manzoni con un caloroso, lunghissimo applauso, un ininterrotto battito di mani che per qualcuno, probabilmente, sarà stata una preghiera, laica quanto si voglia, che quel calice, amarissimo, resti sempre il più lontano possibile.

Ottavia Piccolo, però, non incarna alla perfezione la Camusso-style: nata con il sangue blu, anche se non più graziosa come ai tempi della sua giovinezza, non ci è sembrata adattissima a vestire i panni della disperazione. Non perde mai la pazienza, né la calma; il tono suadente della voce non coincide perfettamente con le intuizioni della rappresentante sindacale che avverte di essere l’unica, del consiglio di fabbrica, ad aver capito il subdolo meccanismo aziendale. Le dieci operaie, invece, entrano parecchio nei propri ruoli; perché loro, a quei sette minuti, probabilmente, ci hanno già rinunciato.

Sostenete questo quotidiano con un piccolo contributo attraverso bonifico intestato a

«Linee Stampalibera» Iban IT08V0306913833100000001431 su CariPt di Porta San Marco-Pistoia. Riceverete informazioni senza censure!

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento