«A PESTE, FAME ET… “FALSIS BONISTIS”, LIBERA NOS, DOMINE!»

Numa Pompilio
Numa Pompilio, ordinatore della religione di Roma, secondo Marziale (XI, 9) chiamava il pene con il suo nome proprio, mentula, senza tanti giri di parole…

PISTOIA. Argomento delicato, dibattito… infuocato? Sperém de no!

Si ritengono normali, si autodefiniscono, umilmente, normodotati, ma hanno la pretesa di battezzare tutti, all’insegna del politicamente corretto (suvvia, che avete mai pensato!).

Ecco allora il termine di “diversamente abile”, adoperato al posto di altri, ritenuti più crudi.

C’è un pezzo che prova a rispondere al tema in questione.

Per evitare di essere tacciati come faciloni, vi ci rimandiamo, ma non prima di aver posto una domanda: ma se fossero gli stessi disabili (o handicappati) a autodefinirsi, non sarebbe meglio?

Liberateci dai “falsi buonisti” – e, perdonateci, se siamo faciloni!.

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2 thoughts on “«A PESTE, FAME ET… “FALSIS BONISTIS”, LIBERA NOS, DOMINE!»

  1. Caro Gianluca, ti ringrazio per questo bello spunto. Io non ho la verità in tasca, ma dopo molti anni passati a lavorare insieme a persone disabili o se vogliamo essere più attenti, senza sfociare nel mieloso e falso politicamente corretto, persone con problemi di tipo fisico/sensoriale/psicologico e a volte psichiatrico…premesso tutto questo, penso che, salvo per chi proprio non è consapevole della propria condizione, tutte le altre persone capiscono benissimo quale è la dura realtà, la dura verità, imposta loro dalla natura, dagli eventi e spesso con un bel carico da 90 messo lì da quelli che dovrebbero aiutarli, nei limiti del possibile ad emanciparsi. Così un minorato visivo, che normalmente è anche una persona intelligente e sensibile, non ci stà ai salamelecchi privi di fondamento. Così un ragazzino down non capisce perchè, se lui è uno come gli altri, non possa avere rapporti sessuali protetti e una vita affettiva come gli altri (di solito se si formano coppie down scatta l’allarme rosso). E capisce ancora meno come mai ad impedirglielo sono proprio quelli che ai convegni spiegano che sono come gli altri, che non vanno chiamati disabili ma al massimo diversamente abili (infatti possono fare sesso in solitario…)
    La realtà che vedo tutti i giorni è fatta di business sulla pelle di queste persone, non tanto dagli operatori, ma da parte delle strutture (non tutte ma la maggior parte si, specie quelle pigliatutto…) che li vogliono clienti possibilmente a vita, perchè il denaro non puzza e un disabile è denaro. Quindi mi è capitato spesso il triste spettacolo di ragazzi intelligenti, privi della vista, tenuti come cagnolini, insegnando loro storia e geografia ma quasi mai ad essere autonomi: tanto c’è la pensione d’invalidità! Ragazzi universitari che non sanno andare in bagno da soli la notte….
    Quindi per favore: almeno lasciamo da parte l’ipocrisia verbale. Un po più di serietà.
    Massimo Scalas

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