ambiente. ARPAT NON CI CONVINCE

Un pesante appunto a un comunicato autoreferenziale del Sistema nazionale delle Arpa

ROMA-PIANA. Bell’articolo, complimenti, quello apparso sul settimanale delle Agenzie regionali dell’ambiente (SNPA) e specificamente dedicato all’attività di Arpat.

Ma la casistica delle comunicazioni “fredde” (diremo meglio, congelate) potrà essere aggiornata e definita da un altro esempio davvero emblematico della efficienza e trasparenza di Arpat.

A seguito dello sversamento di diossine avvenuto nell’estate del 2007 all’inceneritore di Montale, Arpat è stata sempre approssimativa e inconcludente sulle esatte responsabilità dell’evento, lasciando intendere che fosse vera quella più “illogica e fuorviante”, ovvero un difetto sulla qualità dei carboni attivi usati.

Questa ipotesi era stata strumentalizzata dalle amministrazioni proprietarie dell’impianto, cioè i Comuni di Agliana, Quarrata e Montale per “resistere, resistere e resistere” (come dicevano nel 1994 a Milano i Pm di Mani pulite): un difetto di qualità nella fornitura dei “carboni attivi” impiegati per la filtrazione delle sostanze venefiche. Nessuna colpa ai responsabili gestionali dell’impianto.

Sono state necessarie due sentenze penali (l’ultima è della Corte d’Appello di Firenze è del 2016) in Toscana e una – impostata su richieste temerarie – del Tribunale civile di Milano, poi  costata ai cittadini 63.000 euro.

Quest’ultima totalmente rigettata e oggi passata in “giudicato”, era incardinata sulla richiesta di risarcimento del Cis nei confronti del fornitore Gale per risolvere l’arcano problema e così permettere che il 6 di aprile 2017, il direttore di Pistoia Andrea Poggi (subentrato a Claudio Coppi, anche lui costantemente noto per escludere ogni responsabilità dei gestori) facesse ammenda “sconfessando” (e ciò pubblicamente in Commissione Ambiente di Agliana) le omissioni fino ad allora assicurate dalle amministrazioni inceneritoriste. La causa dello sversamento del 2007 non era dovuta ai “carboni attivi”: dunque, nessuna responsabilità sui materiali.

Per contrappasso di logica, è divenuta dunque “tutta ed esclusiva” la responsabilità della gestione dell’impianto, come poi la stessa Arpat ha “rinforzato” nella sua relazione del Dicembre 2016, inviata anche al Ministero e a Ispra. Dieci anni di reticenze delle amministrazioni che si sono chiaramente servite dell’inerzia dell’agenzia regionale per l’ambiente, per ammansire l’opinione pubblica e sfruttare l’oblìo dei due lustri richiesti alla emersione della verità.

Nell’anno 2010, su richiesta della soc. Cis srl, venne eseguito un procedimento di accertamento tecnico (Atp) che si risolse in modo liberatorio e non affatto pregiudiziale per l’ipotesi di responsabilità della soc. Gale fornitrice dei carboni. Ma di tale atto, ampiamente pubblicizzato dalla stampa non organica, Arpat non fece alcuna consultazione.

Come mai Arpat non ha fatto subito le verifiche del caso e ha poi mancato di qualificare in modo “scientificamente” condivisibile quanto è stato accertato in nove anni da tre sentenze di Tribunale? L’analisi tecnica era a “freddo”, nevvero?

[Alessandro Romiti]

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