«AMERICAN SNIPER», LO SGUARDO DI EASTWOOD SULLA GUERRA IN IRAQ

Anche il fedele attore-regista conservatore Clint critica l’irremovibile interventismo statunitense

American SniperPISTOIA. Non ha mai nascosto la propria fede repubblicana, Clint Eastwood, già ai tempi di Eisenhower e poi anche con il collega Schwarzenegger e alla soglia degli 85 anni non poteva certo lasciarsi sfuggire l’occasione di dare il proprio contributo cinematografico alla causa americana contro il fondamentalismo islamico. Visto e considerato, tra l’altro, che American Sniper, in programmazione in questi giorni al cinema multisala Lux di Pistoia, era stato inizialmente affidato a David O Russell prima e Steven Spielberg dopo.

L’onere e l’onore di raccontare la storia di Chris Kyle, il supercecchino statunitense che in Iraq è riuscito a freddare un intero esercito di nemici, se l’è voluta prendere lui, l’indimenticabile protagonista della trilogia del dollaro, la saga di spaghetti-western con cui Sergio Leone lo catapultò al successo cosmico. Ma seppur conservatore convinto, in tarda età, il penta Ispettore Callaghan, già due anni fa ha iniziato a dare segni di insofferenza allo sfrenato interventismo americano, dando a vita ad una protesta che ha fatto il giro del web, con una fantomatica intervista al Presidente Barak Obama, assente e virtualmente seduto su una sedia vuota.

E anche in American Sniper, nonostante il nazionalismo e il patriottismo la facciano da padroni, l’intransigenza bellica americana mostra il fianco a più di una critica, ad iniziare dalla causa scatenante della seconda ondata di truppe, quella scaturita dal massacro delle Torri Gemelle, quel tragico e ancora poco chiaro 11 settembre.

Lo fa dire ad un cronista televisivo, Il texano dagli occhi di ghiaccio, che è strano come i due grattacieli colpiti da altrettanti aerei ai piani superiori si sbriciolino in realtà come se fossero stati minati alla base. E non è l’unico dettaglio, questo, ad insinuare qualcosa che va ben oltre l’amore verso il proprio Paese con cui si alimenta il super eroismo del diavolo (traduzione di Al-Shaitan, nome dato dagli iracheni al soldato scelto Chris Kyle, con tanto di taglia). La perfezione scenografica (sembra di essere al fronte, anche se seduti sulle comode poltrone della ristrutturata sala cinematografica pistoiese) trasforma la pellicola in una produzione esemplare, ma l’America delle guerre non ne esce incolume e vittoriosa.

È un Vietnam due, l’Iraq: cambia la location del teatro di battaglia; non siamo nelle foreste asiatiche, ma tra la polvere e la sabbia del Marocco (lì, sono state girate le scene di massima azione adrenalinica) e i nemici non sono più i musi gialli, ma i beduini di Al- Qaeda. Identica però è la sensazione: i marines che partono verso terre lontanissime per salvaguardare, paradossalmente, la loro indipendenza e quella del mondo intero. Trapelano, senza mai essere citati, interessi superiori, che vanno ben oltre la volontà personale dei singoli combattenti: molti soldati cercano e trovano sul fronte militare il riscatto alle proprie frustrazioni, tanto che nessuno di loro, rientrato in Patria, riesce ad essere più quello di prima. Molti sono visibilmente amputati, fisicamente mortificati, non più capaci di rendersi quotidianamente utili alla causa della crescita e dello sviluppo americano; tutti, anche i migliori, anche quelli che hanno fatto ritorno integri e da eroi, non riescono più a riimpossessarsi della vita di tutti i giorni, con le proprie mogli e i loro figli.

La guerra che li ha trasformati in uomini straordinari li ha segnati. Per sempre.

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