ARUNDHATHI SUBRAMANIAM, LA POETESSA OCCIDENTALE DI BOMBAY

Ha recitato alcuni suoi versi allo Spazio la scrittrice che sabato 21 marzo riceverà il Premio Bigongiari 2015
Arundhathi Subramaniam
Arundhathi Subramaniam

PISTOIA. Il profilo è indiano. Forse anche il cuore e l’anima, lo sono. Però, da apolide ad origine inevitabilmente controllata, Arundhathi Subramaniam esce del tutto dai cliché per spazzarli via con una violentissima tenerezza, quella riconosciutale ormai dalla critica internazionale.

Anche Pistoia non si è voluta sottrarre da questo piacevolissimo dovere culturale, tanto che la 59esima edizione del premio letterario Il Ceppo le ha voluto tributare la sezione riservata a Piero Bigongiari e oggi, mercoledì 18 marzo, nel tardo pomeriggio, alla libreria Lo Spazio di via dell’Ospizio, la poetessa indiana, accompagnata dal suo traduttore Andrea Sirotti, da Paolo Fabrizio Iacuzzi, Presidente del premio letterario Il Ceppo e da Loredana Foresta, attrice, ma nell’odierna occasione, lettrice, si è elegantemente presentata alla città, recitando, con apprezzabile teatralità, due delle sue poesie, preventivamente lette in italiano da Loredana Foresta.

Sono bastati davvero pochi versi per lasciarsi sbatacchiare contro i muri di una stanza che non esiste, che è una delle camere della casa che non le appartiene, perché così ha scelto Arundhathi Subramaniam, originaria di Bombay, certo, ma che in virtù della sua poderosa grazia letteraria ha sistematicamente e puntualmente abbandonato per poi farvi ritorno, vivendo sospesa quel suo senso di disappartenenza che è la chiave della sua immorale visione delle cose.

Parla e scrive un inglese colto e raffinato, soprattutto per prendere le distanze da quello slang globalizzato che sa di esperanto maccheronico capace di mettere mittenti e destinatari sul medesimo livello di percezione, come se la lingua non fosse un ricettacolo e un’alcova di emozioni, di esperienze e di messaggi, ma un semplice raccordo da social network, capace di appiattire sullo stesso livello come una merendina di conservanti.

Paolo Fabrizio Iacuzzi, Andrea Sirotti, Arundhathi Subramaniam, Loredana Foresta
Paolo Fabrizio Iacuzzi, Andrea Sirotti, Arundhathi Subramaniam, Loredana Foresta

Ha deciso di perlustrare se stessa, Arundhathi Subramaniam, abbandonando, probabilmente, una strada asfaltatale dalla storia del suo Paese per costruirne un’altra decisamente più impervia e incerta, ma emozionante, come quella della poesia, intrisa di buddhismo, recipienti senza fondo nei quali versare ogni piccolo dettaglio, tutte le ricerche, con la fortunosa maledizione di essere sempre e comunque double-face, indiana ed europea, perfettamente inserita in uno studio dello yoga e intrisa di Occidente derivato, nel quale riesce perfettamente a vivere prendendone le distanze, che sono la sua lente d’ingrandimento e la chiave della sua poetica.

È occidentale la sua frenesia di voler cucire e ricucire tutte le tradizioni che le affollano la vita, finendo per somigliarsi tutte maledettamente l’una all’altra, fino a diventare un solo grande mosaico, un puzzle nel quale riconoscersi e rinascere, puntualmente, per continuare ad esistere. E a vivere.

Sabato 21 marzo, nella giornata clou del 59esimo Ceppo, quando la giuria dei 21 lettori deciderà il vincitore di questa edizione, Arundhathi Subramaniam sarà in Sala Maggiore di Palazzo di Giano, con tutta la sua antica eleganza, che trasuda oriente nei colori e nel portamento e attingerà, da quel salone vociante nuovi indizi, che sono quelli che la porteranno altrove, in un posto sconosciuto, dove saprà vivere a suo perfetto agio.

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