ASSOLUZIONE-MANCINI, UNA GIUSTIZIA GIUSTA (CHE È MEGLIO)

La Nazione, 14 gennaio 2015
La Nazione, 14 gennaio 2015

PISTOIA. Il luogotenente Sandro Mancini è stato assolto con formula piena, perché il fatto non sussiste (vedi).

Ieri pomeriggio, in San Mercuriale il giudice dott. Mancuso ha letto, davanti a un folto pubblico, la sentenza che restituisce la serenità al sottufficiale e alla sua famiglia.

Difeso dall’avvocato Massimo Pagnini del Foro di Prato, Sandro Mancini può archiviare questa brutta pagina dolorosa della sua vita.

Il fatto è che chi è (o si sente) ingiustamente accusato, non solo in Tribunale ma lì di più, ha soprattutto a cuore di poter dimostrare la propria innocenza, la propria rettitudine: Mancini non si è negato la soddisfazione di questa esigenza e ha chiesto di poter leggere alla corte una memoria attraverso cui rimettere in fila i fatti e così dimostrare l’assoluta correttezza del suo comportamento.

Nonostante la mancanza di entusiasmo da parte del giudice ad autorizzare la lettura delle due cartelle predisposte dal Mancini, in 5 minuti è uscito un affresco della realtà della giustizia su cui bisogna riflettere.

Ecco alcuni brani della ricostruzione dei fatti operata da Mancini:

Sono a processo perché secondo il convincimento del Procuratore facente funzione avrei ritardato, nella mia funzione di ufficiale di Pg, l’inoltro alla Procura di atti – qualificati in seguito dal pm quali notizia di reato peraltro già archiviata – e di aver fatto tutto questo nella piena consapevolezza, anzi con dolo, cioè, mi si passi il termine, “a bella posta”, per incolpare un magistrato. Tutto questo poi perché avrei avuto del malanimo personale nei confronti di questo magistrato.

Ora mi pare lampante, a meno di non volermi accusare di stupidità, che se avessi voluto fare ciò, sarebbe stato sufficiente inviare – fin dal principio – questi famosi “atti” alla Procura di Genova”…

Si sta parlando dell’inserimento del figlio di un magistrato in una graduatoria di scuola materna comunale e, contestualmente, dell’esclusione, da quella medesima graduatoria, della figlia di una vigilessa di Pistoia.

E la memoria continua: acquisita la famosa graduatoria (degli aventi diritto al posto nella scuola materna comunale – n.d.r.) gli atti sono stati rimessi alla Procura di Pistoia e non di Genova e senza ritardo. La Procura, ricevuti questi “atti”, decide di avviare le indagini. Ma anziché delegare le indagini all’Organo di Polizia Giudiziaria che aveva acquisito i primi atti, le delega ad una diversa Forza di Polizia. Ma vi è di più: non vengono delegate attività finalizzate ad appurare la fondatezza della “notitia criminis”, bensì indagini sull’ufficiale di Pg (il luogotenente Mancini – n.d.r.) che le aveva acquisite, ovvero se questo era una persona retta, se poteva commettere dei reati e finanche sulle sue frequentazioni personali. Prima ho detto Procura, ma è evidente a tutti, che chi affida le indagini è il procuratore Dell’Anno, chi le delega è il Pm dott. Grieco ovvero esattamente quel magistrato – o amico di questi – nei cui confronti io avrei avuto quel livore che mi avrebbe animato nel “ritardare” la trasmissione degli atti.

Il Tirreno, 14 gennaio 2015
Il Tirreno, 14 gennaio 2015

Il notevole spiegamento di uomini e mezzi (lunghe intercettazioni telefoniche che peraltro si è tentato di reiterare nei miei confronti attribuendomi, ancora una volta, fantasiosamente e con estrema gravità mire estorsive scrivendo sul mio conto che “se non ne avessi fatto un uso istituzionale delle notizie raccolte era lecito ritenere che avrei potuto utilizzarle per scopi estorsivi”.

Tutto ciò ha riportato alla mia mente, con grande amarezza, le volte in cui, la stessa Procura, anzi gli stessi magistrati che in questo processo sono stati più volte citati, negavano intercettazioni, adducendo motivi di carattere economico che, guarda caso, in questo processo trovavano ampia giustificazione. Sfortunatamente, per loro proprio, non c’è stato modo di trovare un qualunque cavillo, da utilizzare anche per la sola denigrazione professionale!

[…] Il mio difensore ha tentato di evitare ogni ulteriore attrito con un magistrato che sin dall’inizio ha manifestato una scarsa serenità di giudizio nei miei confronti palesata anche in sede del mio esame di imputato quando faceva riferimento alla disistima (vedi verbale) nei miei confronti. Un magistrato, anche se chiamato a svolgere le funzioni di Pm, dovrebbe manifestare più senso di equilibrio e rispetto delle parti, passi pure l’isterismo con il quale è stato condotto l’esame della Signora Tormentoni e del Colonnello dei Cc Volpe, ma è intollerabile che si apostrofi un imputato dicendo: “lei ha tutta la mia disistima”, e ancora “ma guarda che personaggio questo Mancini”.

Se queste sono le condotte di un magistrato che amministra la giustizia “in nome del Popolo Italiano”, allora come si fa a trasmettere ai nostri figli, agli italiani valori di fiducia nella giustizia?

Sig. Giudice la mia unica richiesta, che mi permetto di rivolgerle, … con accoramento, è quella di far continuare a credere ai miei figli, ai miei cari, ai miei amici, ai miei superiori, che mi hanno seguito in questo tragico percorso e indirettamente anche agli sfiduciati italiani, ma se crede anche a me, che la Giustizia in Italia non è questione di punti di vista e che è ancora possibile perseguire i colpevoli, a qualsiasi categoria essi appartengano ed assolvere gli innocenti, come me, portati a giudizio per un reato non contemplato dal nostro ordinamento quello di “Lesa Maestà”.

Davanti a un giudice, a un tribunale, si prova un senso d’impotenza, non importa essere stati imputati, si capisce.

Mancini si è potuto esprimere, dire tutte le sue ragioni, ribaltare alcune di quelle affermazioni, sentite da lui come infamanti illazioni e infine chiedere pubblicamente di poter continuare a credere nella giustizia, per sé e per i suoi figli, senza dover ritenere quella dei magistrati una casta privilegiata, una sorta di aristocrazia nobiliare da cui aspettarsi brutti titoli e reprimende da accogliere con il cappello in mano.

Ma non tutti i cittadini che finiscono sotto processo ingiustamente – perché capita – possono o sono capaci di fare altrettanto e perciò, semplicemente, non ce ne dovrebbe essere bisogno.

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