‘CALIFORNIA SUITE’, LA VECCHIA INTRAMONTABILE COMMEDIA

Tania Borro, Paola Quattrini, Gianfranco D'Angelo e Francesco Jelo
Tania Borro, Paola Quattrini, Gianfranco D’Angelo e Francesco Jelo

PESCIA. Una commedia terribilmente italiana, anche se ambientata nella migliore stanza di un albergo americano, California suite è una di quelle parentesi teatrali che hanno il potere di tenere a distanza di sicurezza l’ansia di tutti i giorni.

Anche se di ansia si tratta, anzi di due grandi problematiche che non fanno dormire la notte: il tradimento e la paura di convolare a nozze. Ma sono trattate con il piglio e la moderazione di chi, il teatro, lo conosce bene e lo bazzica da una vita, come Paola Quattrini e Gianfranco D’Angelo, che per allestire questa suite scritta da Massimiliano Farau, con la scenografia di Fabiana di Marco, i movimenti coreografici di Maria Gabriella Huober, i costumi di Graziella Pera e le musiche, originali – due brevi accenni sonori come prologhi ai due tempi della commedia -, di Federica Capranica, si avvalgono di Tania Borro e Francesco Jelo, che sono la figlia che non vuole maritarsi e il futuro sposo.

Il teatro Pacini di Pescia è piano di abbonati, che sorridono, con leggerezza e puntualità, alle gag che fanno sistematicamente leva su un sempre attualissimo, seppur datato e logoro dall’utilizzo, trend matrimoniale: Paola Quattrini e Gianfranco D’Angelo, sposi vicini alle nozze d’argento, volano da Philadelphia in California per assistere alla cresima di un nipotino. In orari diversi però: il marito arriva con un giorno d’anticipo e la notte la trascorre in compagnia d’una prostituta d’alto bordo, regalo, inaspettato e gradito, del fratello più giovane; la moglie, quando raggiunge il consorte, dopo qualche goffo tentativo da parte del marito di provare a nasconderle la donna ancora a letto stordita dall’alcool, è costretta a certificare il tradimento.

Sembra l’inizio della fine matrimoniale, ma il secondo atto si apre sulla stessa identica scena, la stessa suite teatro di un’infedeltà palesemente perdonata e dimenticata. Sono passati dieci anni ed ora, marito e moglie, sono lì perché la figlia Margherita sta per sposarsi. Ma sembra non ne voglia sapere: si è chiusa a chiave nel bagno e non parla con nessuno dei due genitori, che fuori dalla porta si alternano, tra lusinghe e minacce, nel vano tentativo di convincerla ad uscire per scendere nella sala verde dove convolerà in matrimonio.

Da un lato la goffaggine maschile elevata a sistema, quella di Gianfranco D’Angelo; dall’altro, come contrappeso indispensabile all’equilibrio rappresentativo, la sottile falsa idiozia femminile, quella di Paola Quattrini. Un quadretto ideale incorniciato su una scena luminosa, dove i due decani dei palcoscenici danno sistematicamente l’impressione di essere una vecchia, anche se ancora gradevole, coppia di coniugi, benestanti, ma dell’ultim’ora, con uno sguardo fisso al denaro e ai suoi risvolti scenografici tanto meschino quanto italiano.

Un’ora e mezzo di assoluta spensieratezza, con il gusto e la misura di suscitare sorrisi, inglesi, ad un popolo, quello italiano, letteralmente disabituato alla leggerezza: un po’ per problemi più grandi del nostro senso dell’umorismo, un po’ perché, da noi, deputati ad ilarità non vietabile ai minori, sono rimasti davvero in pochi.

luigiscardigli@linealibera.info

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