caporetto pd. GERI (VERDI) SUL TERREMOTO ELETTORALE DEL 25 GIUGNO

«Ai tempi del Berti, dissidi e mal di pancia si sarebbero acquietati a suon di nomine e accordicchi. Samuele ha preferito perdere pur di non scendere a compressi. A lui il “ciaone”, grosso modo per il 60%»

Assedio di Pistoia del 1643, Gemignani [Museo Civico, coll. F. Rossi Cassigoli]
PISTOIA. Alla fine il treno in faccia è arrivato davvero. Il 25 giugno 2017 rappresenta un avvicendamento storico per Pistoia: il partito-stato – come lo chiama un amico – che tutto controlla e a cui tutto è organico (istituzioni, Fondazion[e]i, associazioni di categoria e di volontariato etc.), raggiunta quasi la longevità dell’Unione Sovietica ed esaurita forse la spinta propulsiva, ha perso con il suo candidato Bertinelli il controllo dell’amministrazione comunale.

Chiediamo all’irriducibile Fabrizio Geri una schietta analisi sulla Waterloo del centrosinistra, di cui facevano parte pure i Verdi. Un’analisi oltre le banalità di chi grida al complotto (dei renziani, dei dipendenti comunali, dei vivaisti, dei cittadini che non capiscono etc.) ma anche oltre l’involontariamente comica ipocrisia di chi ora osserva che era stato scelto il candidato sbagliato.

Infatti l’ex renziano Bartoli, nella nota telefonata assurta alle cronache nazionali, aveva parlato di un vero e proprio accordo di spartizione del potere tra correnti. Lo aveva detto lui ed era chiaro che l’accordo prevedeva che il comune andasse a Bertinelli e sodali mentre tutto il resto (Parlamento e Regione) alla composita biodiversità renziana.

Pacta sunt servanda, i patti vanni rispettati, e fino a un certo punto lo stesso professore universitario aveva mantenuto la disciplina. E con lui tutti quelli che adesso, con De Andrè, si sentono assolti, come se non avessero accettato e sostenuto gli accordi di spartizione. Sono “per sempre coinvolti”! Ecco la versione di Geri.

Andrea Fusari, Fabrizio Geri e Serena Galligani

Allora, grosso modo direi che il “ciaone” elettorale è dovuto per il 60% a Bertinelli e per il 40% al Pd. Dalle pagine di questo giornale invitavo Samuele  in tempi non sospetti a uscire dal palazzo o tornare da Marte, dove sembrava scappato.

Riconosco però il rigore e l’indipendenza dell’ex sindaco, che ha portato avanti una rottamazione interna tradottasi poi in un mancato appoggio da parte di quelle tante sacche Pd aduse a dare il sostegno dietro concessioni di prebende, incarichi o qualche strapuntino.

Ai tempi del Berti, dissidi e mal di pancia si sarebbero acquietati a suon di nomine e accordicchi. Samuele ha preferito perdere pur di non scendere a compressi.

Da parte mia ripeto quello che ho sempre detto: noi Verdi non avevamo la forza per andare da soli, magari con me come nono o decimo candidato a sindaco. Non avendo sponsor o finanziatori siamo dovuti rimetterci a logiche di coalizione, a differenza di altri lealmente, pur con le nostre perplessità.

Del resto già al mandato precedente, per dirla la metafora calcistica già usata e condivisa spesso con il compianto Marco Vettori, avevamo preferito stare fuori in tribuna a gridare “arbitro becco” piuttosto che giocare solo perché retribuiti ma non toccare palla e poi essere corresponsabili della sconfitta.

Giardino all’italiana del Villon Puccini

Puntualizzo che la crociata contro i dipendenti comunali andava fatta con più tattica, non in maniera generalizzata e colpendo le sacche di inefficienza. Mi risulta che fino al 2016 un dipendente partiva dal cantiere comunale, in orario di lavoro, per andare a caccia, con il fucile sul furgone di servizio.

In passato avevo pizzicato un altro dipendente mentre appastava fagiani in Valdibrana sempre in orario di lavoro.

Siccome pare che questa “cultura aziendale” sia stata trasmessa, forse come know how, colgo l’occasione per invitare il sindaco Tomasi a riportare sotto controllo i comportamenti per così dire atipici di certo personale.

Poi vengo al Pd: presto diventerà come noi Verdi, una specie in via d’estinzione tutelata dal Wwf. Mi riferisco a un partito fallimentare sul territorio, che ha perso il contatto con la realtà, con tutte le realtà. Una classe politica a tutti i livelli ridicola al cui confronto la Minetti sembra Nilde Iotti (o Tina Anselmi, senza però scambiarle). Mi scuso ovviamente con la Minetti per l’ingeneroso confronto.

Bambocci portati nelle periferie e visti solo per le tornate elettorali a chiedere voti, capibastone che accompagnano Bertinelli nelle frazioni ma non lo votano e infine faide di palazzo e le lotte interne per il potere, di cui la gente ha le scatole piene. Aggiungici quella iattura di Renzi e dei suoi ultrà e sono chiari i motivi dello “sfanculamento” elettorale.

Contenitore per il recupero dell’olio alimentare (che Pistoia ignora)

Tiro in ballo la miopia dei bottegai pistoiesi e la loro totale incapacità di proteggere il centro: loro, che ora battono i piedi, sono la causa del loro male.

Dal 2010 ho iniziato a segnalare che lo spostamento di funzioni (agenzia entrate, banca d’Italia, ospedale) fuori dal centro e la previsione di nuove urbanizzazioni commerciali (Panorama, cittadella Misericordia, quartiere San Giorgio/ex Breda) sempre esterne alle mura avrebbe finito per far morire il centro.

Come puntualmente è successo. Solo dopo ho sentito dire da Alessandro Olmi, Giuliano Bruni e Paolo Ceccarelli queste stesse cose, ma ormai i buoi erano scappati e non era certo per colpa di Bertinelli. Forse era meglio se mi ascoltavano o forse avrei dovuto urlare io più forte e prenderli per un orecchio fino a che non avessero inteso.

Per il resto non mancherò di fare appello al sindaco Tomasi affinché dia priorità ai temi ambientalisti a me cari, che conosce da quando eravamo insieme sui banchi dell’opposizione alla giunta Berti. Mi riferisco alla raccolta degli oli alimentari esausti, il giardino all’italiana del villon Puccini, arredi urbani in plastica riciclata e tutto quanto non mi stancherò di ripetere e di offrire come contributo al dibattito pubblico, ahimè fino ad oggi di spessore diversamente notevole.

Fabrizio Geri

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