CARMIGNANO. FESTIVAL CON BOBO RONDELLI

Bobo Rondelli
Bobo Rondelli

CARMIGNANO (PO). Ha scelto un angolo di paradiso, Bobo Rondelli, ieri sera, per raccontare l’inferno, di Piero Ciampi. Perché questo è la Rocca di Carmignano, dove ieri sera si è consumato l’ultimo appuntamento del Festival delle Colline, un luogo incantato e incantevole dove per nulla, ma proprio per nulla, anzi, ha fatto da sublime e accordata cornice la poesia di un vecchio maledetto livornese raccontata da un suo fedele, rigoroso, coerente conterraneo.

Dell’uno (Ciampi) e dell’altro (Rondelli) c’è ben poco da aggiungere a quello che storia e leggenda hanno già lasciato ai posteri e ai contemporanei, ma la fusione delle due anime e la loro contestualizzazione meritano due righe.

“Racconto e recito la poesia di Piero Ciampi perché sto attraversando un momento non particolarmente felice – racconta Bobo Rondelli poco dopo aver effettuato un improbabilissimo sound-check –, nel quale non abbondano serate, live, incisioni e siccome bisogna pur sopravvivere, ho pensato che Piero Ciampi non me ne avrebbe voluto se, in caso di necessità, avessi chiesto conforto e lavoro alle sue odi”.

Ma non si direbbe, a vederlo gigioneggiare sul piccolo palcoscenico della Rocca di Carmignano, con alle spalle l’intera vallata della Piana illuminata a notte bellissima, che Bobo Rondelli non stia attraversando uno dei momenti più epici della sua esistenza. E dipenderà anche da questo, forse, che proprio ora ha scelto di chiedere aiuto a un maledetto autentico come lui: Piero Ciampi, uno di quelli che ha fatto di tutto per non prendere mai nessuno dei treni che gli sono passati sotto casa, evitando, con alcolica, ma chirurgica precisione, di imbattersi nel successo.

“Ho le transaminasi a 600 – aggiunge Rondelli prima di ritirarsi nel silenzio spirituale che precede l’esibizione –, cerca di stare attento il più possibile a tutto, anche se è dura, devo ammettere”.

Infatti, presentatosi al pubblico, che lo adora anche e soprattutto per i suoi inguaribili eccessi, con una bottiglietta d’acqua, si è lasciato presto tentare e corrompere da due spettatori, che gli hanno porto, nel giro di breve, del Glen Grant e del rosso a cui non si può, in alcun modo, dire di no.

Ma lo spettacolo non ne ha risentito, tanto della morigeratezza iniziale, quanto della sregolata inesorabilità conclusiva, perché Bobo Rondelli è davvero un animale da palcoscenico, con una voce da crooner che fa accapponare la pelle, una musicalità interiore straordinaria, una vis nichilista che appassiona e intenerisce e un senso dell’umorismo altissimo, tragicomico, ridoliniano: un Paolo Conte arteriosclerotico, un Leonard Cohen smemorato, un Tom Waits delle baracchine.

Con la tristezza che lo ammanta si potrebbe commerciare in lacrime, perché clown Rondelli si dipinge le gote, si mette un pomo rosso di plastica sul naso e inizia a fare ridere, di gusto, con classe ed eleganza, soprattutto di se stesso, consapevole, ma per nulla pentito, che avrebbe potuto e dovuto fare quasi tutto al contrario, ma anche no e allora, ma vaffanculo, alle donne che lo hanno lasciato, ai figli che non lo hanno capito, agli amici che lo hanno tradito, ai conoscenti che non lo hanno saputo valorizzare e a quelli che lo amano, la maggior parte, tra l’altro, che lo vogliono così, caracollante e agonizzante, incapace di darsi e stare alle regole, se non quelle proprie, che tutti applaudono, ma che nessuno invidia.

A rendere l’atmosfera ancor più magica di quanto non lo fosse per chimica, clima, atmosfera, groove e necessità, ci hanno pensato Ceccarini alla tromba e Marchiani al piano, trasformando quel giardino incantato in una balera demodé, dove sembrava di vedere ballerine e prostitute stanche di ballare e sedurre e un barman alcolizzato non più in grado di esaudire i desideri dei clienti.

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