CAVO SALVAVITA RECISO, I TESTI: «DOPO QUELL’INTERVENTO ROBERTO ERA RINATO»

Il sostituto Pm, Dr Claudio Curreli

PISTOIA. Roberto prima dell’intervento non viveva più, ma sopravviveva. Era più in ospedale che a casa. Dopo, invece, era come rinato.

Questo è quanto emerso più volte dalle parole dei testi della parte offesa, ascoltati questo pomeriggio, 19 aprile, nell’aula penale del Tribunale di piazza Duomo, davanti al giudice Marino.

Il processo è quello che riguarda la tragica scomparsa di Roberto Sibaldi, l’uomo di 69 anni a cui è stato tagliato il cavo del cuore artificiale. Sul banco degli imputati Rita Murgia, l’infermiera rinviata a giudizio per omicidio colposo.

Era la sera di cinque anni fa, il 20 marzo 2012, piombata addosso così, all’improvviso, non solo su Roberto, ma anche sulla moglie Esterina, e sui due figli, Alessandro e Linda,  difesi dagli avvocati Elisabetta Vinattieri, del Foro di Pistoia, Corrado Alterini e Anna Maria Fasulo, entrambi del Foro di Firenze.

Rita Murgia è difesa dall’avvocato Alberto Niccolai di Pistoia; l’Asl, chiamata in giudizio come responsabile civile, è invece rappresentata dall’avvocato Cristina Meoni del Foro di Prato.

Sono bastati pochi secondi di negligenza, o fatalità, o errore umano, per togliere la vita a Roberto. Una vicenda accaduta nel 2012 quando l’infermiera Rita Murgia, allora 58enne e con decenni di esperienza professionale, aveva tranciato di netto il cavo dell’apparecchiatura salvavita Vad.

L’uomo, quella sera, era stato colpito da scompenso cardiaco e i familiari avevano chiamato subito il 118. Arrivato, non avevano fatto nemmeno in tempo a intubarlo. L’infermiera, con le forbici in mano per tagliarli i pantaloni e inserirgli il catetere, aveva reciso di netto il cavo del suo cuore artificiale. Roberto morì in pochi minuti, mentre l’infermiera fu colpita da un malore.

I familiari, che avevano accompagnato l’uomo al pronto soccorso, si accorsero subito del terribile errore e chiamarono il 113. La polizia interrogò a lungo i pazienti e il giorno dopo fu la figlia di Sibaldi, Linda, a presentare denuncia. La procura aprì subito un’inchiesta, affidata al pm Claudio Curreli, che fece subito svolgere l’autopsia sul corpo di Sibaldi.

Da lì, la procura aveva chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo dell’infermiera; poi udienza preliminare davanti al Gup Roberto Tredici, con tanto di rinvio a giudizio.

Quattro mesi prima Roberto era stato operato all’ospedale San Raffaele di Milano, dove gli avevano impiantato un innovativo congegno salvavita, denominato Vad, una sorta di pompetta, alimentata attraverso un cavo che fuoriusciva dal corpo dell’uomo all’altezza dell’addome per poi collegarsi a delle pile.

[Alessandra Tuci]

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