chiarimenti. MARCO GIUNTI NON SI SOTTRAE AL CONFRONTO E SCRIVE

AGLIANA. Da Marco Giunti riceviamo e pubblichiamo la nota che segue:

Il selfie con Marco Giunti

Agliana, 26 giugno 2019
Al Redattore di Linea Libera
Alessandro Romiti
alessandroromiti@linealibera.info
e p.c.
Al Direttore di Linea Libera
Edoardo Bianchini
direttore@linealibera.it

Egregio Redattore,
l’articolo con cui ha accompagnato il selfie di domenica 9 giugno richiede alcune considerazioni e precisazioni. Procedo nell’ordine da lei seguito, senza alcun intento polemico ma soltanto allo scopo d’intendersi.

1) «Marco Giunti è stato, a parere di molti, il peggiore dei Sindaci di Agliana».

Opinione legittima, ma esagerata se confrontata con la realtà dei fatti. Alle elezioni per il mio quarto ed ultimo mandato (1995) ottenni 5.856 voti, il 62,5 per cento degli elettori aglianesi, un primato da quando esiste il Comune e, a tutt’oggi, insuperato. Ed anche nelle tre precedenti elezioni non ero mai sceso al di sotto del 56 per cento.

Naturalmente non so chi e quanti siano i «molti» cui lei si riferisce, ma converrà con me che assume ben altro rilievo quella stragrande maggioranza di elettori aglianesi (quasi due su tre!) che dopo quindici anni di governo mi confermarono il loro consenso sulla scheda con il loro voto. E come lei giustamente afferma, carta canta.

2) «… serie di fatti che ha permesso la devastazione della cittadina:»

a) «la riorganizzazione di Piazza Gramsci (la tinozza di oggi è ancora indigesta alla cittadinanza;» L’intenzione era quella di trasformare un trivio con parcheggio in una vera piazza e, in questo senso, il risultato è riuscito, anche se viene troppo tollerato il parcheggio abusivo nel tratto tra via Roma e via Matteotti. La fontana (o, se lei preferisce, la tinozza) ha la funzione di delimitare il lato ovest della piazza. Ma se non viene fatta funzionare con l’acqua, la fontana diventa facilmente il ricettacolo di cartacce e di rifiuti;

b) «Lo storico edificio dei Macelli demolito in una notte (.) plesso ancora di proprietà della COOP Firenze (.) una serie di espropri dei quali si è occupato il TAR con la condanna del Comune (.) caso Gentili ed altri.»

Piazza Gramsci in notturna

Addirittura demolito in una notte! Non eravamo così decisionisti. Della demolizione di quell’edificio si discusse per diversi anni, tra il 1987 e il 1990. Ed uno dei partiti presenti in Consiglio (il PSI) l’aveva addirittura inserita fin dal 1985 nel proprio programma elettorale.

In realtà l’edificio dei Macelli, non più in uso e fatiscente per il mezzo secolo di sangue ed escrementi animali, era inserito nel Piano di Edilizia Economica e Popolare, attraverso il quale urbanizzammo l’intera e vasta area compresa tra le vie Puccini, Curiel, Travetta, Venti Settembre, Colzi, Vittorio Bellini e a Selva, collegate tra loro con le nuove vie Anna Frank e delle Lame, lunghe complessivamente oltre mezzo chilometro.

All’interno dell’intera zona sono stati costruiti 147 alloggi (78 dall’ATER e 69 da cooperative di cittadini), la Residenza Sanitaria Assistita Le Lame, ed un centro commerciale (assegnato in diritto di superficie attraverso un bando pubblico) poi dismesso e che ospita ora il distretto ASL e la Biblioteca comunale).

Credo che nelle sue pur legittime valutazioni critiche, debba tener di conto anche delle 69 famiglie che hanno potuto costruire la casa di proprietà su terreni acquistati a prezzi non speculativi e delle altre 78 famiglie che hanno ottenuto un alloggio in locazione, in una zona totalmente urbanizzata e dotata di tutti i principali servizi.

Il Piano, nella parte che prevedeva anche la demolizione dei Macelli, venne deliberato dal Consiglio nel novembre 1987, ma passeranno oltre due anni prima della sua attuazione nella zona dei Macelli. Negli ultimi mesi del 1989 si discusse ancora sulla demolizione dell’edificio che, a parere di alcuni, rivestiva importanza storica. Ritenemmo opportuno tener conto di questi legittimi dubbi tanto che sospendemmo il rilascio della concessione, già approvata dalla Commissione edilizia e richiedemmo il parere della Soprintendenza ai Beni Ambientali ed Architettonici di Firenze e Pistoia.

Il Soprintendente, con nota dell’11 gennaio 1990, comunicava che a seguito di sopralluogo, non riteneva «…di dover includere gli edifici tra quelli di particolare interesse storico ed artistico (…) in quanto privi di caratteristiche significative dal punto di vista artistico ed inseriti in un contesto ambientale anonimo e degradato». A seguito di ciò, il 17 gennaio 1990, venne rilasciata la concessione alla esecuzione delle opere.

Avevo ed ho il massimo rispetto per le ragioni degli oppositori, ma le condizioni degradate dell’immobile e, soprattutto, il fatto che la stragrande maggioranza dei consiglieri comunali (nel 1987, 22 su 24; nel 1990, 23 su 25) approvasse la proposta, non lasciava adito a dubbi.

L’acquisizione delle aree progressivamente occorrenti per la realizzazione del Piano (oltre 6 ettari) avvenne nel rispetto delle norme allora vigenti, mediante l’occupazione d’urgenza e la liquidazione di quanto dovuto ai proprietari entro il termine stabilito dalla legge, generalmente attraverso la cessione bonaria: tra questi, per citare a memoria i principali, i Biancalani, i Bonacchi, la Conservatoria di S. Giovanni, i Gentili.

Franco Bassanini. Gran bel guadagno con i suoi decreti!

Questi ultimi, cui lei fa riferimento, cedettero bonariamente circa mezzo ettaro di terreno di loro proprietà nel luglio 1995. Per quanto riguarda invece la controversia giudiziaria tra loro e il Comune, nata a seguito delle ulteriori occupazioni avvenute nel 1997-98, non ho molti elementi, in quanto i termini per la definizione bonaria o per il decreto d’esproprio andavano a scadere nel 2002-03 ed oltretutto, dal maggio 1997, per effetto della cosiddetta legge Bassanini, ogni competenza in materia di espropriazione (occupazione delle aree, determinazione delle indennità, trattativa bonaria, sottoscrizione dei contratti o, in alternativa, dei decreti d’esproprio) veniva sottratta ai sindaci ed attribuita alla esclusiva responsabilità dei dirigenti e funzionari.

«vi ricordate di AMAG, fagocitata in Publiacqua?»

Me ne ricordo benissimo e non senza qualche rimpianto. L’Azienda Municipale Acqua e Gas, istituita dal comune di Agliana nel 1973, ha consentito la realizzazione dell’acquedotto e del metanodotto nell’intero territorio aglianese, fino ad allora inesistenti. L’avvio dei lavori per entrambi i servizi avvenne nella seconda metà degli anni Settanta, con la giunta presieduta da Renato Risaliti, della quale facevo parte quale assessore all’urbanistica.

Quando fui eletto sindaco, nel luglio 1980, le famiglie servite dall’acquedotto erano 1.083, il 25,9% del totale, mentre quelle servite dal metanodotto erano 704, il 16,8%. Al termine del mio quarto mandato, nel giugno 1999, le prime erano salite a 4.516, il 95,2%, mentre le seconde erano salite a 4.746, quasi il 100%.

Sul finire degli anni Novanta il legislatore ha introdotto norme che hanno modificato radicalmente questo settore dei servizi pubblici locali, accentrandone la gestione.

Fino ad allora il Comune era proprietario al cento per cento dell’AMAG e quindi il consiglio, la giunta e il sindaco erano responsabili della sua gestione di fronte ai propri concittadini.

La sede del Consiag – Estra

Oggi, nella gestione del gas, il Comune è parte di una società (il Consiag) insieme ad altri 22, per complessivi 500.000 abitanti e con una quota del 3,6%, mentre in quella dell’acqua il Comune ha lo 0,42% dell’Autorità Idrica Toscana (che ha la programmazione, l’organizzazione ed il controllo dei servizi idrici) e lo 0,06% della società di gestione (Publiacqua) che comprende 45 comuni e 1.305.000 abitanti. Vi saranno certamente le economie di scala cui lei accenna ed una migliore capacità programmatoria, ma il potere decisionale e di controllo del singolo comune si riduce ora allo zerovirgola.

«Ma anche Marco Giunti non mancherà (…) di pensare alla cura dei suoi terreni a Spedalino (…) privilegi incomprensibili che avrebbero fatto indignare il Dirigente dell’Unità Operativa Urbanistica (.) la revisione di alcuni indici edificatori.»

I miei terreni a Spedalino consistono in poco più di 2.600 metri quadrati di terra (una mezza coltra, dicevano i miei) ereditati – in comproprietà con mio fratello – alla morte di nostro padre, nel 1955.

E sono facilmente individuabili: nel tratto della via Settola che va dalla vecchia via Provinciale alla via Piave, dopo i primi cento metri totalmente edificati su entrambi i lati della strada, l’unica striscia di terra non edificata sul lato sinistro è la nostra.

Quel terreno ha sempre avuto destinazione agricola, a differenza degli altri che si affacciano su quel tratto della via Settola e progressivamente e legittimamente edificati dalla metà degli anni Sessanta.

Dal 1975 al 1999, per 24 anni, come assessore e come sindaco, mi sono occupato dell’urbanistica del comune di Agliana ma non ho mai pensato che quel terreno dovesse cambiare destinazione.

E negli ultimi vent’anni, fino ad oggi, mai abbiamo (io e mio fratello) fatto richieste, segnalazioni, osservazioni o dato suggerimenti a sindaci, assessori, consiglieri, dirigenti, funzionari e tecnici, né per iscritto, né, tanto meno, a voce.

Con questo non intendo assolutamente criticare i presentatori di richieste ed osservazioni, ci mancherebbe altro, è un diritto previsto e garantito dalla legge, ma soltanto precisare che noi, ad oggi, non ci siamo avvalsi di tale facoltà.

Qualora avessimo osservazioni da fare o suggerimenti da dare rispetto alla nostra terra, o ritenessimo che un nostro comportamento omissivo potesse ledere i legittimi interessi dei proprietari confinanti, non esiteremmo a provvedere.

Premesso e precisato ciò riepilogo la situazione, così come risulta dagli atti urbanistici del comune di Agliana, pubblicati sul sito dell’ente e facilmente consultabili.

Nel Piano Strutturale del comune, adottato ed approvato tra il 2006 e il 2007, le aree non edificate comprese tra le vie Provinciale, Settola, Piave ed in fregio alla via Torino vennero classificate come “Aree da trasformare”. Qualità e quantità della trasformazione, così come stabilito dalla legge regionale, venivano rinviati al Regolamento Urbanistico, magari previa richiesta dei proprietari interessati. All’interno di quei comparti urbanistici eravamo e siamo i proprietari minori: su una superficie complessiva di 42 mila metri quadrati, la nostra proprietà rappresenta il 6 per cento circa.

Nell’ambito del Regolamento Urbanistico, adottato ed approvato tra il 2011 e il 2012 solo uno dei proprietari (per quel che ne so) presentò una richiesta preventiva di trasformazione, che l’Amministrazione giudicò evidentemente non accoglibile, probabilmente per evitare la frammentazione di una zona che, a suo giudizio, richiedeva un intervento unitario. Rimase quindi, per quei comparti urbanistici, la classificazione di”Aree da trasformare”.

Scaduta per decorrenza del quinquennio (il 12 luglio 2017) l’efficacia delle previsioni del Regolamento Urbanistico, l’Amministrazione ha provveduto alla predisposizione ed all’adozione di una Variante tematica e di adeguamento, deliberata da Consiglio comunale il 9 aprile 2019.

In questa Variante le aree in questione sono state reinserite nel Regolamento, con previsione di edifici, verde, viabilità, parcheggi, ecc. A differenza del passato, da quel che risulta dalle carte, il progettista incaricato ha ritenuto opportuno l’inserimento d’ufficio di tutte le aree, a prescindere dalla presenza o meno (come nel nostro caso) di richieste da parte dei proprietari.

L’indice territoriale è stato fissato a 0,15 mq x mq. Non credo davvero che questo indice più che prudente possa aver fatto indignare qualcuno.

A questo proposito, come avrà probabilmente notato, il programma del sindaco Benesperi e dei partiti di maggioranza (pag. 3, cap. 6 – Edilizia) propone il raddoppio di quell’indice, dallo 0,15 allo 0,30.

In ogni caso, compete al Consiglio comunale neoeletto esaminare le osservazioni eventualmente presentate e modificare, approvare, o non approvare la variante adottata.

Ringrazio per l’attenzione.

Marco Giunti

Scarica il documento originale


Cedant arma togae

 

Loro tuìttano, cinguettano, spettegolano su fèisbuk, ma non rispondono: che non sappiano leggere e scrivere come la Fedeli?

Caro Sindaco,
grazie a lei per questa lunga lettera che espone, giustamente, il suo punto di vista.

In realtà questo documento dice molto di più: fa capire come e quanto sia cambiata la politica dai suoi tempi (anche nostri) ad oggi.

Tra gentiluomini, una volta, si sguainava la spada e si davano pericolosi colpi di fioretto, ma vigeva un codice d’onore: mantenere i rapporti a livelli di cortesia e di buone maniere, che oggi sono state cancellate di netto dai silenzi – assurdi e prevaricatori – dei suoi [non più] compagni di partito…

Questo è rispetto democratico, non sostituibile da alcuna “tuittàta cinguettosa” né da commenti, più o meno aberranti, su Facebook/Backbook.

Dunque, ancora grazie a lei!

Edoardo Bianchini


 

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One thought on “chiarimenti. MARCO GIUNTI NON SI SOTTRAE AL CONFRONTO E SCRIVE

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