CLAGLUNA, PISTOIA E LE FRASI CASTRATE

Roberto Clagluna
Roberto Clagluna

PISTOIA. Con grande dispiacere quest’anno non potrò ricordare Roberto Clagluna dal palco dei prestigiosi “Memorial Vannucci”.

Mi è stato comunicato con una mail questa mattina. O meglio, avrei potuto rammentarlo, cancellando però un paio di frasi del pezzo che, grazie a Linee Future, andrete a leggere nella sua versione integrale.

La motivazione? Per non urtare la suscettibilità degli ospiti presenti, molti dei quali legati al mondo del calcio.

Peccato che le frasi censurate siano la parte “datata” dell’attuale pezzo, ovvero siano state già declamate su quel palco e siano state pure inserite nei due libri scritti dall’amico Athos Querci, storico arancione, ed editi dalla Vannucci Piante (il secondo in ordine cronologico, ironia della sorte, sarà presentato proprio lunedì prossimo, 8 settembre, giorno della cerimonia di premiazione dei Memorial Vannucci 2014).

Che dire…? Mi spiace da morire, ma non ho potuto che prenderne atto affermando che anche togliere una sola parola a un pezzo, ne modifica il contenuto, pensate voi una frase.

Quando scrivo, so quel che faccio e mi prendo sempre le mie responsabilità. Non amo le censure. Consegnerò il pezzo all’amico Cristiano Clagluna e a sua mamma, anche se non potrò leggerlo.

Eccolo:

 

LE CAREZZE DI ROBERTO

 

“Gianluca, cammina a testa alta: di’ la tua sempre, abbi dignità, non farti mettere i piedi in testa, ma non fare del male. Ami un mondo, quello del pallone, che non sempre è serio. Più spesso, è solo serioso”.

Chissà perché chissà come, caro Roberto, ti erano uscite quelle parole appena appresa la notizia della scomparsa di Diba, del nostro Diba, del grande taciturno Agostino Di Bartolomei.

Il capitano.

L’avevi conosciuto, allenato, avevi capito prima di altri che cosa si celasse in quei suoi lunghi silenzi, intervallati da poche parole, pesanti come macigni.

Eravamo assieme quando apprendemmo quella ferale notizia, quel non è più. Vidi i tuoi occhi riempirsi di lacrime, ma fu un attimo, fosti così bravo a dribblare la morte, a inneggiare alla vita, che t’ammirai… Sì, probabilmente quel giorno, quel 30 maggio del 1994, nacque la nostra amicizia.

La mia venerazione verso di te.

Compresi tosto che, in un mondo del calcio fatto più di figuri che di figure, di faccendieri più che di signori, tu eri una piacevole eccezione. Un uomo. Preparato, ricco di cultura, di classe, con uno stile inimitabile.

Le tue frasi erano carezze alla nuca, i tuoi racconti calcistici parabole imperdibili: era bello perdersi nei tuoi aneddoti, ci facevano crescere e al contempo ci regalavano un incredibile senso di pace.

Ricordo che ne parlai anche a mio babbo. “Ho trovato un tecnico, uno vero”. Lui, che le parole, a differenza di me, le ha sempre centellinate, mi corresse: “No, hai trovato un uomo. Di tecnici ne conoscerai moltissimi. Di uomini un po’ meno”.

E poi, com’eri gentile: sapevi della mia fede rossonera e allora, per consolarmi in caso di sconfitta, mi rammentavi “Oh, il Milan è una delle squadre che mi stanno simpatiche, per cui, da giovane, ho fatto il tifo”.

Come in quel terribile 2003, che, potessi, cancellerei in un attimo.

Mi dicesti. “Sono stato sull’aereo del Milan, ho volato con loro verso Manchester. Gianluca, è andata bene”.

In verità, Roberto, è andata bene a me. Sono stato fortunato a stringerti la mano. Non sai quanto, quel calore, valga per me.

Più dei milioni inseguiti da chi, al posto del cuore, ha una pietra. Fredda.

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