CONCITA DE GREGORIO: AGGIUSTARE CON L’ORO DELLE PAROLE

Concita De Gregorio
Concita De Gregorio

MARINA DI PIETRASANTA-LA VERSILIANA. Concita de Gregorio ha presentato il suo ultimo libro ieri pomeriggio negli incontri al Caffè della Versiliana, sezione “Donne che dovresti conoscere”.

Il libro edito da Feltrinelli, si intitola Mi sa che fuori è primavera e prende le mosse dalla storia di Alessia e Livia le due gemelle figlie di Irina e Mathias Schepp che il padre rapì nel 2011, alcuni anni dopo la separazione dalla moglie, e di cui non si sono più avute notizie.

Si capisce subito che la giornalista non si lascerà “troppo” intervistare, è una donna che ha fatto della parola scritta, ma anche pronunciata, il suo tempio, è brava a raccontare, usa i toni giusti e le parole calde che mano a mano ammaliano il pubblico, che alla fine uscirà adorante.

Concita racconta di aver incontrato, quasi “inavvertitamente”, la madre delle bambine scomparse: Irina le aveva chiesto di poterle parlare, un’ora comunque, e Concita l’ha invitata a casa sua, a metà pomeriggio “quando si è già un po’stanchi e la giornata ha mostrato i suoi spigoli”.

Ma si è trovata davanti una donna estremamente grata e sorridente nonostante tutto, che l’ha messa subito nella condizione di doversi riconfigurare, dimenticare il disagio della giornata e accogliere l’opportunità di ascoltare quello che Irina era venuta a raccontare.

“Sono venuta a parlare perché in questi anni ho provato in tutti i modi a continuare a camminare, per il dolore non si muore, è evidente, ma come si fa a continuare a vivere?”. Irina motiva più o meno così la sua presenza al cospetto della giornalista e l’ora di colloquio accordata finirà per durare una settimana.

Irina aveva provato tutte le terapie farmacologiche e non, magìa e sortilegi, per uscire dal buio terrificante del dolore, acuìto dall’incertezza sulla sorte delle bambine, ma non era riuscita ancora a parlare a raccontare. “Voglio raccontare per mettere fuori di me le cose rotte che ho dentro”.

La copertina
La copertina

“Questo – dice l’autrice – è ciò che fa la letteratura, mette in scena, rappresenta qualcosa che ci parla di noi ed è più vero del vero. Poi, come nel kintsugi, cioè come attraverso il modo di riparare con filo d’oro i cocci rotti si ottengono oggetti ricomposti più belli di prima, così con Irina sono stata una settimana a fare domande e ascoltare risposte. Noi ripariamo con l’attack perché nella nostra cultura la perdita è una sconfitta, non si deve vedere, non si accetta la rottura, dobbiamo mostrare che non è successo niente. Invece le riparazioni con l’oro fuso, secondo l’uso giapponese, sono belle e rendono più belli gli oggetti. Noi viviamo il dolore come una colpa e una vergogna e la perdita di un figlio è la misura massima del dolore”.

Dalle domande che zampillavano a cascata ho saputo che Irina aveva nella sua famiglia d’origine una storia triste e tragicamente vicina a quella che le era toccata in sorte. Il bisnonno, emigrato poverissimo negli Stati Uniti, aveva avuto una figlia dalla figlia del suo ricchissimo datore di lavoro e questa bambina fu strappata alla madre dall’avo di Irina e portata in Italia, dietro pagamento di congruo prezzo da parte del nonno americano che aveva per la figlia ben altre aspettative. La storia è davvero inquietante ma merita leggerla nel suo contesto, nel libro di Concita.

I tanti pezzi del puzzle della vita passata, presente e futura di Irina si ricongiungono in una unità di tempo “senza tempo”, nel soggiorno romano di Concita De Gregorio, mentre la figura dell’ingegnere svizzero tedesco Mathias Schepp, definito un “controllatissimo psicorigido” (cioè uno che ricontrolla i sacchetti della differenziata o ripete almeno dieci volte una raccomandazione), passa sullo sfondo con il suo, per una volta, incontrollabile istinto di animale ferito e cattivo.

L’autrice dipana il suo ragionamento, anticipa le risposte che si affacciano alla mente della giornalista che la intervista e al pubblico, modula con grande sapienza vuoti e pieni, cuore e ragionamento, esperienza e freschezza. Poi conclude che è necessario fare pace con l’assenza, che è sempre la vita a decidere e che serve prendere atto che alcune cose sono successe e basta.

Nel questionario alla Proust finale si viene a sapere che lo scrittore preferito di Concita De Gregorio è Ernesto Sabato, la scrittrice Jean Austen, che non uscirebbe mai di casa senza una penna e la persona che sommamente desidererebbe rincontrare è suo padre da cui ha appreso l’umiltà, ha un sogno nel cassetto: poter contribuire a rendere questo pezzo di mondo abitabile…

Una donna normale, dall’eloquio carezzevole, la penna felice, il look che si vorrebbe avere e un perfetto stile innato.

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