covid-19. VANESSA DAL SAN MARTINO DI GENOVA: «L’INCUBO DI VESTIRSI E VIVERE IN UNA TUTA DA PALOMBARO»

«Dopo un po’, la nausea ti assale perché non riesci a respirare bene, il doppio paio di guanti (spesso non della tua taglia perché i dispositivi sono quelli sono e con quelli devi arrangiarti) oltre a farti perdere la sensibilità e rendere complicate manovre “banali” come fare un prelievo di sangue, ti fanno sudare a tal punto di ritrovarti mani come immerse in una ciotola d’acqua». E a Roma mangiano, bevono, si sollazzano e minacciano chi scrive e racconta la verità ai cittadini

 

GENOVA. Dinanzi a una lettera di questo genere – è una trentenne che scrive, infermiera in zona di guerra – l’unica cosa che viene in mente, sarebbe quella di alzare delle gabbie in ogni piazza e infilarci dentro tutti quei bravi politici, di qualsiasi colore, sapore e odore, che hanno votato la svuotatura del servizio sanitario fino a ridurlo in un guscio di cicala, secco e pronto a cadere, come dice Eugenio Montale, «nella prima belletta di novembre».

Leggete. Con attenzione e partecipazione. Cercate di calarvi negli scafandri e piangete con i nostri infermieri. Mèditino soprattutto coloro che, come quei cretini di Roma, sapevano tutto da mesi e hanno perfino invitato la gente ad andare ad abbracciare gli altri per strada.

È proprio vero che dio non c’è. O dinanzi a tanto, li avrebbe fulminati per primi, questi imbecilli istituzionali con la puzza sotto il naso, il rolex al polso e il culto della Grande Germania della Merkel, nipote ed erede di Adolf sorretta anche da quei collaborazionisti che furono (anche l’altra volta) gli olandesi dei tulipani.

E ora i cosiddetti moderati, quelli che insistono nel dire che «non è il tempo delle polemiche», accendano un bel candelotto (meglio se di dinamite) alle proprie inguaribili stupidità e idiozia!

Leggete e vergognatevi, sgovernanti e leccaculo di stato!

e.b.

SONO SOLO UN’INFERMIERA

 

Sono solo un’infermiera, una delle tante che in questo periodo sta combattendo al fronte una battaglia più grande di lei.

Ho 30 anni (a breve 31) e ormai sono quasi 5 anni che lavoro all’ospedale San Martino di Genova, lontana dalla mia famiglia e dagli affetti a me più cari e credetemi… Trovarsi di fronte a uno scenario del genere è devastante.

Restare vestiti come un palombaro per ore e ore, sotto due strati di camici, doppio paio di guanti, doppia cuffia, doppia mascherina, visiera e copricalzari è veramente un’impresa…

Dopo un po’, la nausea ti assale perché non riesci a respirare bene, il doppio paio di guanti (spesso non della tua taglia perché i dispositivi sono quelli sono e con quelli devi arrangiarti) oltre a farti perdere la sensibilità e rendere complicate manovre “banali” come fare un prelievo di sangue, ti fanno sudare a tal punto di ritrovarti mani come immerse in una ciotola d’acqua.

Niente però è paragonabile al dolore che lasciano le mascherine e le visiere… Intenso e persistente (ormai il mio naso è ko) e non puoi farci niente; quando sei scafandrata, infatti, devi resistere all’impulso di aggiustati i Dpi altrimenti rischi di contaminati. I bisogni basilari come fare la pipì o bere un goccio d’acqua diventano un lusso perché non puoi vestirti e svestirti di continuo.

Dolorante, con la vescica piena e la bocca più arida del deserto, vai avanti a testa bassa con un unico obiettivo: alleviare la sofferenza di chi è di fronte a te con un sorriso, una carezza o una parola di conforto anche se spesso è tutt’altro che facile (anche noi siamo esseri umani)… La gente muore nell’arco di poche ore in solitudine, lontano dai propri cari.

Quando finalmente ti liberi di quegli strati di tessuto e Tnt e torni a respirare la libertà, tutta la tensione e lo stress della giornata si sciolgono in un pianto liberatorio.

Potrei andare avanti all’infinito a raccontare lo scenario surreale che  sto/stiamo vivendo.

Una cosa, però, mi permetto di dire: spero che questo “imprevisto” chiamato Coronavirus serva da lezione a quei signori che nei loro vestiti impeccabili e seduti sulle loro comode poltrone hanno, anno dopo anno, tagliato fondi in una risorsa vitale come la sanità.

A me non interessa essere chiamata “eroina” o “salvatrice della patria” o di avere il “contentino” di 100 € in più sulla busta paga solo perché sto facendo il mio lavoro in una condizione estrema.

Mi auguro soltanto che appena si calmeranno le acque, la nostra professione venga riconosciuta come tale e non ritornare ad essere i soliti (mi passi il termine) “stronzi” che vengono minacciati, a rischio denuncia o che passano per “scansafatiche” se durante un turno devastante si fermano 5 minuti a bersi un caffè!

Con questo, passo e chiudo.

Vanessa

[redazione@linealibera.info]


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