cronache pistoiesi 1. ONORE E DISONORE

«Fu per questo motivo che il mio avvocato, l’eccellente e carissimo Fabio Rusconi, usciti dalla pretura del lavoro dopo la testimonianza del giornalista che “non mi conosceva”, parlando, mentre camminavamo alla volta del parcheggio di Piazza d’armi…»
Ercole al bivio: scegliere virtù o piacere? [Giovanni De Min]

Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?
[Marco, 8, 36 – ed. Cei]

 

IL MESTIERE difficile del giornalista, per chi lo fa non come la prostituta del Raccordo Anulare che, mentre lavora, mangia una mela e sputa i semi dal finestrino dell’auto, è una vera scelta di vita – e non di lavoro, come molti colleghi sembrano aver fatto.

Fare il giornalista non è affatto un lavoro: quando scriviamo, l’unico discrimine che ci separa dagli stronzi che scrivono liberamente sui social offendendo a destra e a manca, è la scelta morale che attuiamo:
1. servire il potere (respirarlo e sniffarlo come una pista bianca che eccita e brucia il cervello);
2. armarsi di un’arma che però non è come quella delle stragi nelle scuole americane e nei centri commerciali di El Paso.

Quest’arma, stranamente, si chiama Socrate. Ed è quel piccolo filosofo stupido, caro a Platone, che osava dire che non si deve più rispetto a un uomo (il potere, appunto, perlopiù mafioso) che alla verità (l’assoluto o, se volete, dio).

Tutti sanno che non sono un credente praticante, ma non si meraviglino di queste citazioni “religiose”: come Seneca (stoico) si difendeva dall’accusa di leggere troppo gli epicurei, dirò con lui che, quando si fa una scelta, che è di vita, occorre anche frequentare l’accampamento degli avversari (quello dei catto-credenti, in questo caso), per capire bene di cosa parlano e di come ne parlino. E se sono coerenti come e quanto dicono di essere.

I veri poli della vita, cari non-colleghi che non dite e non rispettate la verità (e siete in diversi…), sono un termine e il suo contrario: Onore e Disonore. Lo so che non li mettete nel cappuccino al mattino e ve ne «catafottete» alla Montalbano, ma, a mio avviso, la scelta non può che essere questa. Anarchicamente questa: o mangiare (ma con la museruola) o fare il cane randagio, spelacchiato e affamato, ma… libero più della Libera di don Ciotti.

Il francobollo russo dedicato a Palmiro Togliatti

Qualcuno di voi – e chi è, lo sa e non può cancellarlo dentro di sé – ha tenuto per anni, sul proprio tavolo di lavoro, la foto di Palmiro Togliatti; ha osannato il partito del popolo auspicandone l’emancipazione e l’affrancamento dalle servitù terrestri e poi è finito (e gli atti processuali sono ancora lì, a farne fede – ce li ho) nel tribunale, dinanzi al giudice del lavoro, e testimoniare il falso sotto giuramento, per compiacere un «padrone» rendendosene suo vilissimo e detestabile schiavo. Che dirà, quest’uomo, ai suoi nipoti? Quanto è stato bravo il loro nonno imbiancato, magari, all’ombra dell’Anpi?

1993-1995. Ecco la storia (ripeto: gli atti processuali sono ancora lì a farne fede – ce li ho) del mio ricorso al giudice del lavoro (allora era il dottor Fabrizio Amato) contro Il Tirreno, giornale per il quale avevo prima svolto la funzione di collaboratore fisso ex articolo 2 del contratto (dall’aprile 1989 al 9 giugno 1990), poi quella di redattore ordinario a tempo pieno (dal 10 giugno 1990 al 30 novenbre 1993, licenziato da un capo-servizio sbruffone di nome Augusto Vivaldi), confezionando – senza mai fare ferie – la pagina di Agliana-Quarrata-Montale (e perché no? Diciamolo: portando, le vendite su Quarrata, da 45 copie al giorno a oltre 500).

Vennero a parlare i miei capi di allora (Giuliano Fontani – riposi in pace – e Alessandro Gasperini). E, dopo aver giurato, dissero il vero: su me, su quel che facevo, su quante ore passavo al giornale, allora in via dei Rossi, nel palazzo del Circolo Pio X. Vennero altri (colleghi? Mah…) e non mi conoscevano quasi e sembrava che non mi avessero mai visto. Belle figure di San Pietro che rinnega Gesù prima che il gallo canti!

Quale, di questi due comportamenti, rientra, a vostro giudizio, nella categoria «Onore»; e quale in quella del «Disonore»? A voi la scelta, a meno che, anche voi, non teniate la foto di Palmiro Togliatti sul vostro tavolo di lavoro per amor di popolo.

E questo non è un caso isolato, perché anche in altre cause di lavoro, affrontate da La Nazione, alcuni colleghi (?) si sono tranquillamente presentati al giudice e hanno detto, pur sotto giuramento, «io, questo qui non l’ho mai visto in redazione… non c’era e non veniva… mandava i pezzi per fax… glieli portava in redazione la mamma…».

Una storia infinita

Davvero l’essere umano (ma umano in cosa?) è il migliore esempio dell’errore di creazione: ed ecco perché dio non c’è; o altrimenti, come fece in passato, si manifesterebbe in tutto il suo kavòd (= gloria, in ebraico) e fulminerebbe gente come Lotti, Palamara, Mattarella, Salvini, Di Maio, Grillo, Renzi, Boschi, Napolitano e un treno di gente dietro, sùbito dopo – è ovvio – aver decimato l’Ordine dei Giornalisti come fece, ai tempi di Mosè, con i primogeniti d’Egitto.

Fu per questo motivo che il mio avvocato, l’eccellente e carissimo Fabio Rusconi, usciti dalla pretura del lavoro dopo la testimonianza del giornalista che “non mi conosceva”, parlando, mentre camminavamo alla volta del parcheggio di Piazza d’Armi, se ne uscì con queste lapidarie parole: «E io, dottore, dovrei fidarmi di quello che scrive un energumeno di questa fatta?».

Onore e Disonore sono – da sempre, non solo oggi – le due colonne d’Ercole del mondo. Non per nulla abbiamo coniato l’espressione “vendere l’anima al diavolo” per ottenere a qualsiasi prezzo il nostro proprio tornaconto e vantaggio.

Sono due categorie ricoperte di sputi da tutti: in àmbito religioso, da chi predica il Vangelo a suo modo; in politica, da chi incula sistematicamente il popolo e gli fotte quattrini senza rendergli indietro altro che bastonate; in tribunale, da quei giudici (in salsa Lotti-Palamara-Mattarella) e da quegli avvocati (in salsa Ermini) che accomodano i processi nel silenzio generale dell’omertà mafiosa ancor più grave di quella di Riina, in quanto esercitata “in nome del popolo italiano” che, in realtà, non conta un cazzo.

Ecco. Tutto questo, lettori di Linea Libera spregiata dai più, per dirvi che i primati superiori, quelle scimmie chiamate uomini (uomo si può ancora dire o è vietato dagli antiomofobici?), fanno generalmente schifo: dapprima, perché credono di essere eterni e sacrificano tutti quelli che trovano sul loro cammino pur di riempirsi le tasche di carta-moneta/carta-igienica; alla fine perché (non pigliamoci in giro) appena si sentono sulla soglia del regno dei morti, muoiono da sé solo per la paura di non sapere cosa ci sia dopo ad aspettarli. Che ridere…

Che dire dei colleghi (?) che, pur avendo il dovere della verità, testimoniano il falso?

Ed è il minimo che possa capitare a questi «Signori del Disonore» che, per l’arco di un’intera vita, non hanno mai voluto prendere il toro per le corna e decidersi per il dovere morale al servizio dell’onestà (ma non quella dei 5 Stelle).

Linea Libera e tutti i suoi spregiati difensori, saranno pure presi a sassate dai tanti farisei ortodossi, ma, credetemi, quando la mattina, quelle poche volte che mi faccio la barba, mi insapono e sono costretto a guardarmi allo specchio, non ho mai provato e non provo mai – e se dico mai è mai –, neppure una volta, la voglia irrefrenabile di sputarmi in faccia e di vomitare su me stesso. Anche perché, checché si dica, non sono io che litigo con gli altri, ma sono gli altri che rompono i coglioni facendo perlopiù i cavoli propri a danno di tutti.

Buona giornata, Pistoia/sarcofago! Ferragosto è finito anche stavolta. E non è che – come si dice –, a ogni compleanno, tu abbia un anno in più, no.

Hai (gòdi, popolo e pensa!) sempre e solo un anno in meno davanti a te!

Edoardo Bianchini
[direttore@linealibera.info]
Dio c’è: c’ho le prove!
[Ceccherini in “Il ciclone”]


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