CULTURA TOSCANA NEL SALENTO

Il libro di Lenzi
Il libro di Lenzi

MONTECATINI-SALENTO. Il sud del sud dei Santi. Squinzano, paese nel cuore del Salento, è la città natale di Alberto Lapenna, un politico che non esito a definire tosco-pugliese. Siamo a pochi chilometri dal mare, dove l’Adriatico scende verso lo Ionio e a due passi da Copertino dove San Giuseppe Desa vedeva gli asini volare.

Nei giorni scorsi, qui, in questa terra “salata” e agra, io e Lapenna abbiamo presentato assieme i nostri due libri, lui sulla sua vita di quarant’anni in politica, titolo “Quarant’anni di impegno politico tra cronaca e storia” (con prefazione di Paolo Del Debbio), un viaggio con anche incursioni nell’arte e nello spettacolo, quando Montecatini era un caput mundi di eventi – parliamo ahinoi del secolo scorso. E io su Matteo Renzi, il premier di Rignano, con il mio “Maledetto toscano”, prefazione di Mario Giordano di cui a settembre uscirà la seconda puntata.

Come avrebbe scritto Giulio Andreotti posso dire di aver visto, lì, a Squinzano, Alberto Lapenna da vicino. Gli ingredienti c’erano tutti.

La sua biografia nel libro, dove il passato e la storia politica, di Montecatini, sua e nazionale, diventa un viaggio a ritroso sul come in Italia siano cambiate in poco meno di mezzo secolo le classi dirigenti, sempre meno presenti è sempre più attente solo all’immagine. I successi e le amarezze. La passione politica immutata. E poi, in quella terra pugliese, ho visto pure la malinconia.

Solo chi è partito dalla propria terra per cercare fortuna altrove può conoscerla. Si lascia il proprio paese, con il suo provincialismo certo, i suoi limiti, con tanta voglia di farcela, ma si lasciano anche gli affetti e le piccole gioie quotidiane. Accanto a noi, oltre al sindaco di Squinzano, in questa presentazione pugliese c’era Al Bano un signore che ce l’ha fatta grazie al talento ed alla sua voce. Un artista e un migrante, anche lui venuto via dalla sua Cellino per andare a fare il cameriere a Milano. Era il 1961. Uno strappo dalla propria terra che Al Bano ha poi cantato nella sua “nostalgia canaglia, di una strada, di un amico, di un bar”.

Alberto Lapenna
Alberto Lapenna

Per questo la presentazione pugliese del libro di Lapenna non è stato solo un momento politico e d’affetto di una comunità verso un conterraneo ritrovato ma è stato soprattutto uno specchio della storia e della fortuna d’Italia degli anni Sessanta e Settanta quando il nostro popolo migrava per avere un futuro migliore.

Oggi, di quella voglia italiana di farsi grandi, è rimasto ben poco e forse noi tutti, a cominciare dai politici, dovremmo cominciare a credere di poter tornare a volare, come Frate Asino, a Copertino.

In fondo nei quaranta anni che Lapenna racconta nel libro il vero filo narrativo è questo (oltre ovviamente a qualche sassolino tolto dalla scarpa per sfizio politico ed umano): l’ottimismo di credere in se stessi. Un ingrediente necessario per guardare al futuro, a Montecatini come a Squinzano. In Italia. Purché questo ottimismo si unisca alla valorizzazione dei talenti e delle capacità.

Perché come ha scritto Carmelo Bene, grande attore – salentino pure lui – “la speranza è tanta che non ci basta più e s’avanza musicale, la vita”.

Massimiliano Lenzi

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