DALLA MONTAGNA INCANTATA ALLA MONTAGNA REALE

Massimo Baldi
Massimo Baldi

PISTOIA-MONTAGNA. Avere idee chiare aiuta ad agire meglio. La politica, soprattutto nell’affrontare criticità ed emergenze, deve avere tre cose: consapevolezza del passato, contezza del presente e visione. Quando si è parlato della nostra montagna, in questi anni, sono spesso mancate tutte e tre. Partiamo da un presupposto: quella pistoiese non è una montagna omogenea. Di montagne, per farla semplice, ce ne sono almeno tre: l’area collinare immediatamente adiacente alla città capoluogo, l’alta montagna dei comuni di Abetone e Cutigliano, e una media montagna costituita dai comuni di San Marcello, Sambuca Pistoiese, Piteglio e Marliana, oltre che – isolata da questo contesto – dalla Svizzera Pesciatina. Per ognuna di queste ‘montagne’ è necessaria un’azione diversa e nel contempo integrata.

La collina prossima alla città necessita in primo luogo di interventi che incoraggino l’insediamento residenziale e la piccola agricoltura (che è sinonimo di decoro e di buona manutenzione del paesaggio), dunque di agevolazione del terziario di base, di un sistema di trasporti efficiente che favorisca il pendolarismo con la città e con l’area metropolitana (a partire dal ripristino della Porrettana), oltre di politiche culturali e di marketing territoriale che possano renderla più attrattiva.

L’alta montagna ha il suo core business naturale in due elementi: il turismo – oggi purtroppo quasi unicamente invernale – e i prodotti del bosco e del sottobosco. E su questi si deve concentrare l’azione politica. Sul turismo sono necessari investimenti e incentivazioni capaci di creare un sistema di accoglienza che superi il vecchio mantra della “casa in montagna” e che sviluppi una rete adeguata di hotel, agriturismi e B&B.

Abetone e Cutigliano devono prepararsi, nei prossimi anni, a diventare la ‘montagna di Firenze’, a entrare cioè nello Sistema Locale di Offerta Turistica del capoluogo toscano come parte del ‘pacchetto’ che questa città offre al turismo internazionale. Questo comporterà da un lato, un investimento su infrastrutture e trasporti (buona dunque, in questo senso, l’idea di ammodernare la strada della montagna) e dall’altro, un adeguamento del sistema di accoglienza turistica. Per quanto riguarda la produzione, dunque filiera del legno e prodotti del bosco e del sottobosco, è necessario che tutta la montagna faccia ‘sistema’. Deve cioè svilupparsi una filiera che inizia con la produzione dell’alta montagna, che veda nella media montagna il luogo naturale della trasformazione manifatturiera di ciò che in alta montagna si è prelevato, e che veda poi nella piana e nella città il primo e più diretto committente della filiera.

Facciamo un esempio concreto incentrato sulla filiera del legno, così non mi prendo dell’ingenuo fanciullino evanescente un’altra volta. Un sistema virtuoso sarebbe quello che vede in alta montagna un processo di prelievo del legno, in media montagna un’impresa che trasformi la materia prima, ad esempio, in cippato, e nella piana, per i prossimi investimenti pubblici e privati, una diffusione di sistemi di riscaldamento e refrigerazione alimentati proprio a cippato (lo si sarebbe potuto fare, almeno parzialmente, con il nuovo ospedale San Jacopo e con la Cattedrale della zona ex Breda, ma evidentemente preferiamo compare il gas da Putin piuttosto che il legno delle nostre montagne).

E qui veniamo alla media montagna, che è la più vasta, la più popolosa e anche la più isolata e mortificata. A livello di primario, queste zone hanno una storia di agricoltura povera, di terzismo e mezzadria al ribasso. Una storia che, divenuta ormai abito culturale, mostra i suoi segni anche oggi, limitando la montagna a una agricoltura per lo più isolata e hobbystica, priva di un vero spirito d’impresa e dunque incapace di creare sviluppo e lavoro, di rivalutare il territorio e di far sì che possa vivere di se stesso, come dovrebbe.

Anche due prodotti celebri come le patate di Momigno o i fagioli di Sorana, pur conoscendo un discreto successo sul piano commerciale, non producono una ricaduta sul territorio tale da farne, a oggi, dei volani per lo sviluppo. Il primo proposito per fare buone politiche per lo sviluppo della montagna è proprio questo: incentivare una vera imprenditoria agraria, da mettere in rete con il vivaismo e la floricoltura. Per quanta riguarda il secondario, con la chiusura della Smi di Campotizzoro e al netto di poche virtuose Pmi, stiamo parlando, a oggi, di una terra desolata.

Sviluppare un’industria di trasformazione dei prodotti dell’alta montagna rappresenterebbe per questo una grandissima opportunità: penso soprattutto a manifatture legate alla filiera del legno e a imprese del settore alimentare che ‘lavorino’ i prodotti del sottobosco. Ne nascerebbe un comparto industriale e manifatturiero che coniugando una limitazione delle spese per la logistica e una produzione di qualità avrebbe la forza di essere competitivo.

Accanto a questo, si devono creare le condizioni per attrarre insediamenti imprenditoriali, come è accaduto nell’Alta Valle del Reno a partire dagli anni Novanta (Metal Castelli a Castel di Casio, Saeco a Gaggio Montano, PiQuadro a Silla etc.). Per quanto riguarda il terziario, settore sempre più chiave se si pensa all’Europa e in particolare all’Italia in un quadro globale, la media montagna (in particolare quella orientale) deve sviluppare da un lato, un sistema di servizi per il turismo – e in genere di pubblico esercizio – integrato con quello dell’alta montagna e dall’altro, una rete di servizi di base diffusa ed efficiente che favorisca l’insediamento residenziale.

Se c’è poi un progetto che può valere per tutta l’area montagna, è quello che chiamerei un “progetto-decoro”. Essere competitivi sul mercato del turismo e su quello immobiliare comporta ormai come elemento vincolante e non più aggirabile un investimento sulla bellezza. In molti comuni altoatesini, ad esempio, vengono promossi sgravi fiscali a favore di chi si occupa anche privatamente del decoro urbano, dai fiori sul davanzale ai giardini condominiali. Anche questo potrebbe essere uno spunto su cui riflettere.

[*] – Ospite

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