DANTE, MONTALE E L’ESILIO

Giovanni Gapecchi
Giovanni Gapecchi

PISTOIA. Dante Alighieri l’esilio lo ha vissuto in prima persona, quello di Eugenio Montale è stato invece un esilio dalla possibilità di accedere a certezze che squadrassero il mondo da ogni lato. Questo il tema del terzo incontro del ciclo “Pensando ad Atene: riflessioni sulla democrazia contemporanea” organizzato da Associazione Culturidea, Conservatorio san Giovanni, Fondazione Tronci col contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia ed il patrocinio del Comune di Pistoia.

Relatore d’eccezione della serata il prof. Giovanni Capecchi, domani, martedì 27 gennaio ore 21.20 in corso Gramsci 37, cattedratico dell’Università di Perugia, studioso che dona vanto alla città di Giano.

Dopo i primi due incontri, il primo su Paolo e Francesca con il prof. Roberto Fedi, il secondo sulla relazione umana con l’intenso confronto tra gli psicologi Roberto Ciabatti e Francesca Longinotti, ecco che il tema torna la letteratura.

Dante Alighieri fu esiliato da Firenze nel 1302. A quel tempo Firenze viveva un periodo di profonda instabilità politica, dovuta alle lotte intestine prima tra guelfi e ghibellini, poi tra Papato ed Impero, quindi tra Bianchi e Neri. In questo alternarsi di poteri nel corso della seconda metà del XIII secolo, Firenze vede agli inizi del secolo successivo una forte disputa tra Neri (più vicini al Papato) e Bianchi (più vicini all’Impero). Dante Alighieri faceva parte proprio dei Bianchi. Bonifacio VIII aveva mandato da Roma il cardinale D’Acquasparta per risolvere alcune diatribe interne alla città, sulla quale il potere della Signoria andava sempre più disgregandosi. In realtà, come sempre accadeva, il cardinale non intendeva collaborare con la Signoria, bensì governare.

Nel malcontento popolare, durante i festeggiamenti di S. Giovanni dalla folla partì una freccia che mancò per poco il cardinale. I Neri ne approfittarono per addossare la colpa ai Bianchi e ai Donati (era una famiglia molto influente di allora). Fu così deciso di esiliare Guido Cavalcanti (il poeta a capo dei Bianchi) e Corso Donati. Questo non risolse alcun problema, ed il papa richiamò il cardinale a Roma ed interdisse la città. Questo rappresentava un grave problema per una città che viveva di commerci.

Eugenio Montale invece in una lettera del 23 maggio 1928 dichiarava la propria volontà ad esiliarsi, abbandonare la scultura, la pittura e soprattutto i propri concittadini. In questa lettera si leggono una ferma volontà a prendere le distanze dalla terra natia, forse dalle origini, sicuramente da un mondo sociale, economico, culturale e di tradizioni da cui il poeta si sentiva come tradito. Questa fase letteraria della poetica di Montale è stata evidenziata dagli studi di Federica Merlanti.

Il confronto tra i due esili, l’uno obbligato, l’altro volontario, il loro rapporto con la poetica di Dante e Montale sarà oggetto della lezione del prof. Giovanni Capecchi martedì 27 gennaio.

[culturidea]

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