“DELITTO E CASTIGO” SECONDO LEONARDO CAPUANO

Leonardo Capuano
Leonardo Capuano

PISTOIA. Trovare la palestra comunale Bizzarri, culla dell’evento, non è stato semplicissimo, in verità. Ma questo depone solo in nostro sfavore; dunque, meglio sorvolare. Assistere allo spettacolo di Leonardo Capuano, invece, è stato piacevolissimo, seppur doloroso, tragico, fisicamente coinvolgente tanto da sentirsi, proprio come lui, al termine della rappresentazione, stanchi morti.

Sa vida mia perdia po nudda, secondo appuntamento di Teatri di confine, costola impazzita, ma perfettamente percepibile dell’Atp, è, in realtà, una rilettura, stravolta perché invertita, da cima a fondo, di Delitto e castigo di Fedor Dostevskij, con un vezzo campidanese che aggiunge incomprensibilità idiomatica all’eco, chissà se volutamente scenografico, delle confessioni del mattatore sardo.

Che è vestito come un qualsiasi boxeur, più che un lottatore, in preda a furiosi allenamenti all’interno di una palestra, che è quella allestita dentro una palestra vera e propria, dove prima dello spettacolo si sono presentati, con borsoni e attrezzi, alcuni sportivi della tarda desiderosi di ridurre la circonferenza-vita, anziché lasciarsi intorpidire dalle ansie dell’attore.

Sì, è vero, combatte e atterra, con veemenza e cattiveria, un fantoccio, sul quale libera tutte le tensioni, quelle accumulate in una vita di stenti, in una famiglia dove la madre non riesce a perdonare al marito l’essersene andato chissà dove troppo presto e alcuni amici che non hanno saputo capirlo e suggerirgli una strada maestra.

La palestra è quella di un carcere, dove il protagonista sta scontando la pena, doppia, del suo atroce duplice omicidio: quello inferto ad una vecchia avida e quello della sorella, giunta sul posto sbagliato al momento sbagliato. I dialoghi immaginari con la madre, con gli amici, con se stesso, Leonardo Capuano decide di farli in dialetto sardo, perché così credo di aver dato alla decadenza e alla sofferenza dei colloqui il loro giusto spessore ha detto l’attore subito dopo lo spettacolo conversando con il pubblico che dopo avergli tributato fragorosi applausi, ha anche voluto sapere qualcosa di più su quella creatura teatrale.

Fuori dalla circonferenza segnata della palestra inscritta in quella comunale, Leonardo Capuano esce di rado: lo fa solo per andarsi a guardare allo specchio, o quando cerca di capire chi sia improvvisamente arrivato. Il resto sono solo flessioni, urla, combattimenti, rilassamenti muscolari, preghiere, dannazioni, imprecazioni e inevitabile senso di espiazione, quello, quest’ultimo, che mosse tanto Dostoevskij, quanto Lev Tolstoj, con Guerra e pace, sulla strada delle redenzione.

Il timbro di voce, appesantito da una dose di fascino esagerata e che lo avvicina, molto, alla ricerca vocalese che ha reso straordinario Andrea Ceccon, musicista dei Mau Mau, prima e delle Voci atroci poi e la sua compagna d’arte Esmeralda Sciascia, sono elemento indispensabile nella dinamica confidenziale di Capuano, monologhista infaticabile, che ha anche provato ad influenzare la moglie, Renata Palminiello, che ha provato a destreggiarsi in questa espressione, con la fattiva collaborazione di Valentina Sperlì, alla quale ha affidato l’intero onere di Maledetto nei secoli dei secoli l’amore.

La traccia di Dostoevskij, però, che l’autore vorrebbe permeasse l’intera struttura, alcune volte sfugge, si volatilizza. Senza creare alcun problema, perché l’allenamento prosegue furioso, i dialoghi, in uno slang incomprensibile, vengono simultaneamente tradotti e offerti alle emozioni del pubblico dalle smorfie del mattatore, che confonde il dolore degli esercizi con quello inflittogli dalla vita, nella quale non ha trovato una palestra dove allenare la propria fortuna.

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