DIECI ANNI SENZA IL PIRATA SOLITARIO

Marco Pantani
Marco Pantani

PISTOIA. Dieci lunghissimi anni senza Marco Pantani. Tanti però i segni di lui nel Belpaese, soprattutto in Romagna sua terra natale. A Imola, davanti alla torre sede della Mercatone Uno, una grossa biglia trasparente con un’immagine del campione di ciclismo con la bandana.

Oltre al Museo a Cesenatico, al Club Magico Pantani, all’omonima Fondazione ed alle gare di ciclismo, nei porti della Riviera Adriatica facile imbattersi in barche a vela con la bandiera nera dei pirati issata, lo spettacolo teatrale sulla tragedia di una compagnia di Ravenna, una canzone degli Stadio, un film, tanti tifosi in questi dieci anni alla sua tomba al cimitero.

Pantani inizia a morire il 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, estromesso dal Giro che sta vincendo. Mamma Tonina nel libro “Era mio figlio” scritto con Enzo Vicennati, ricorda: «Dissero che aveva barato. Presero il suo nome e lo trascinarono nel fango, tenendolo giù ogni volta che tentava di risollevarsi. Lo cacciarono via senza neppure il tentativo di capire cosa fosse accaduto. Tutto nel giro di una notte. Si susseguirono eventi insoliti e violenti.

Otto procure gli si schierarono contro e uccisero il suo orgoglio. Lui si chiuse. Commise i suoi sbagli. Affidò tutto a una manager. Cambiarono un’infinità di avvocati, ma nessuno fu in grado di opporsi ai colpi degli avversari.

E il crollo iniziò. Poi arrivò la droga e tutto divenne più frenetico ed estremo. Certi giorni però riusciva a fermarsi e allora rideva, all’improvviso sembrava che nulla fosse accaduto. Oppure rimaneva in casa. Si sedeva davanti alla finestra ed era capace di starci per ore. Pensava al nome sbiadito sull’asfalto delle montagne.

Pensava ai sogni spazzati via. Si era rialzato da mille batoste, ma questa era diversa». Nel 1998 il “paradiso” con l’accoppiata Giro d’Italia e Tour de France, l’anno dopo l’”inferno” con l’accusa di doping. Alti e bassi, salite e discese della vita.

«Quando si diventa genitore – ricorda il padre Paolo Pantani, in un libro – si vorrebbe sempre dare al proprio figlio il meglio e ci si augura per lui una vita serena. Sono sogni che ogni padre o madre ha cullato, appunto dei sogni perché al dono della nascita seguono percorsi dove mai, o quasi mai, ci si ritrova nel ruolo di esclusivi tracciatori. Mio figlio era un bambino con i sogni di tutti i bambini, che ha scoperto presto le sue qualità e la determinazione necessaria per raggiungerli. La bicicletta è stato lo strumento conosciuto per testimoniarsi, ma non l’unico. Su quel composto meccanico ha messo la sua indole, l’amore che lo spingeva a portarselo vicino, a curarlo come una creatura in carne e ossa, ma era sempre Marco anche sui pedali».

Il pirata solitario
Marco, il pirata solitario

La sera del 14 febbraio 2004, San Valentino festa degli innamorati, l’ultima. Il furgone delle onoranze funebri che parte dal residence Le Rose scivolando nelle vie deserte di Rimini in una notte d’inverno. «180 fotografie a colori, un video che si interrompe due volte. Una persona in camice bianco senza i copriscarpe e senza il copritesta, sei persone vestite come noi nella stanza.

L’inquinamento della scena è provato dalle immagini – dichiara Antonio De Renzis, legale della famiglia Pantani –, Marco era in una pozza di sangue in una stanza che sembrava divelta da un uragano. Le indagini si indirizzano in un’unica direzione, la droga, secondo me dovevano essere lasciati aperti altri scenari».

Le indagini riaperte nei mesi scorsi, una nota figura del crimine italiano del passato come Renato Vallanzasca che dà informazioni importanti agli inquirenti, l’ombra della camorra sulla vicenda. Sulla vita di Pantani sono stati scritti tanti libri.

Il giornalista francese Philippe Brunel ha indagato a fondo sulla morte del ciclista, raccogliendo tutto il materiale nel libro “Gli ultimi giorni di Marco Pantani”, con prefazione di Gianni Mura che scrive: «Se Pantani è ancora ricordato e amato è per come vinceva, non per quanto vinceva. Vittorie quasi tutte in solitudine, senza un gesto di gioia sul traguardo, senza un sorriso per i fotografi. Molti ciclisti sono stati abili nel mascherare la sofferenza mentre Pantani la esibiva, la regalava, era parte fondamentale del rituale d’attacco».

«Scatto in salita per abbreviare la sofferenza» confidò Marco ad un amico. Con alle spalle il mare ed all’orizzonte le montagne, paesaggi opposti infranti in una notte di solitudine. Marco il campione, sempre.

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