«DIPARTITA FINALE»

Rappresentazione surreale con quattro mattatori, da venerdì 27 a domenica 29 marzo, al teatro Manzoni

Dipartita finale [foto Alessandro Fabbrini]
Dipartita finale [foto Alessandro Fabbrini]
PISTOIA. Dal 27 al 29 marzo riparte, dal Teatro Manzoni di Pistoia, la tournée dello spettacolo Dipartita finale, prodotto dal Teatro de gli Incamminati/Ctb Teatro Stabile di Brescia in collaborazione con La Versiliana Festival, dove il lavoro ha felicemente debuttato la scorsa estate.

Lo spettacolo vede schierati, in rigoroso ‘ordine anagrafico’, quattro autentici mattatori della scena: accanto all’autore/regista Franco Branciaroli, il ‘nostro’ Ugo Pagliai (apprezzata la sua performance domenica scorsa al Manzoni per la Stagione Promusica), Massimo Popolizio (che torna nel nostro teatro a tre anni di distanza dal Borkman e reduce dal successo della Lehman Trilogy al Piccolo di Milano, ultimo spettacolo di Ronconi) ed il grande Gianrico Tedeschi. Con questo spettacolo, all’età di quasi 95 anni, l’attore conferma il suo incredibile ‘stato di grazia’, che lo ha visto vincere nel 2011 il Premio Ubu quale “Miglior attore protagonista” per La compagnia degli uomini di E. Bond (diretto da Ronconi) e, da due stagioni, in tournée con Farà giorno.
In occasione di Dipartita finale, il pubblico potrà incontrare la compagnia sabato 28 marzo alle 17,30 al Saloncino Manzoni. L’incontro sarà condotto da Matteo Brighenti, “critico teatrale”.

Dopo l’apprezzata edizione di Finale di partita di Beckett del 2006, Branciaroli da autore firma un testo ascrivibile alla stessa atmosfera dell’assurdo. Lo spettacolo è la storia di tre clochard, Pol, Pot e il Supino, comicamente alle prese con le questioni ultime, cui li costringe Totò, travestimento della morte. E il fine metafisico, quello di un mondo affossato nell’assenza di valori e che affida la propria longevità alla scienza, in assenza di una fede nell’immortalità, è perseguito con strumenti irresistibilmente divertenti.

Dipartita finale [foto Alessandro Fabbrini]
Dipartita finale [foto Alessandro Fabbrini]
“È una parodia, un western, un gioco da ubriachi sulla condizione umana dei nostri tempi – spiega lo stesso Branciaroli nelle note di sala – con tre barboni che giacciono in una baracca sulle rive di un fiume, forse del Tevere, e con la morte, nei panni di Totò menagramo, che li va a trovare impugnando la falce…(…). Ci si difende dall’angoscia da sempre. L’angoscia è la mancata perfezione della vita. Affidarsi a Dio, venirne uccisi per salvarsi, addirittura ucciderlo per questo: finora. È morto, adesso, per chi lo percepisce davvero. Non morto per noi, non più; scomparso. I più lo ignorano nel profondo perché indifferenti. Con Lui tutto ciò che è assoluto valore è scomparso. Però l’angoscia resta e cresce (…). La realtà è e senza ideale, la natura senza luce. Ebbene, l’opera d’arte (sperando che sia arte) deve essere capace, oggi, di suscitare in qualcuno la convinzione che in essa sia presente quel senso ultimo del mondo che è il trovarsi privi di Dio; e naturalmente la disperazione che ne consegue. Il sapere umano pensa già alla costruzione di una vita umana in cui sofferenza e morte siano allontanate il più possibile: la realizzazione di un mondo nuovo che anticipi l’Apocalisse: nuova terra, nuovo cielo. La scienza, la potenza umana, sostituisce Dio”.

“Si somigliano molto, Dio e scienza – aggiunge il regista –, più di quanto solitamente si creda. La scienza adesso non limita nessuna azione; non vi è morale o etica perché non c’è più nessun valore assoluto, nessun Dio. Non ci sarà nessuna “natura” da rispettare. Si andrà oltre la “natura”. Ci si difende dall’angoscia cercando la forza più potente: il sapere umano, o meglio, la “tecnica” che ne è conseguenza. Si potrà diventare anche immortali. Tutti i limiti saranno valicati. Immortale non è eterno; qualcuno tenterà di lasciare aperta la porta al divino, al passato di una cultura immensa da cui non si può prendere un definitivo congedo”.

[marchiani – teatro manzoni]

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