disforici. CORREGGERE O ASSECONDARE?

Un incredibile servizio della collega Costanza Mangini, andato in onda su Tg3, rilancia la “disforia di genere” quasi come un’opportunità. Ma quale?
La mamma del bambino in rosa, disforico

PISTOIA. La mamma è sicuramente un testimone di eccellenza per ognuno; ogni bambino, si rivolge a lei per le prime domande sulla sessualità: un processo normale che non possiamo che ritenere appropriato e naturale.

Ma l’amorevole madre Camilla intervistata dal Tg3, perché il suo figlio sarebbe “disforico” (cioè vuole cambiare sesso e lo sa già da bambino) commette una serie di fallacie argomentative che vogliamo richiamare, perché farebbero autorizzare l’ascoltatore a ritenere il fatto narrato – cioè quello di un bambino che è “nato come è” cioè maschietto (detto dalla mamma rassegnata) – a ritenersi titolato del cambio di genere, passando a quello assegnatogli dalla natura a quello complementare, femminile, da lui intensamente ricercato.

Ma quanto intensamente e soprattutto, come?

Quale sarebbe la consapevolezza, la maturità e la responsabilità di un bambino di soli dieci anni?

Negli Usa, dove ogni cosa è business – lì anche le unghie dei piedi e i peli del rasoio hanno una fetta di mercato – esistono già una trentina di cliniche predisposte proprio al “trattamento” di questi casi, ovvero a un “indirizzamento” del soggetto disforico che, si badi bene, lo dice la Sanità Mondiale, non è una malattia.

In queste cliniche non si cerca di “correggere” l’infante, ma si supporta e si indirizza verso il mutamento contro – naturale per come è ordinata l’umanità: due generi.

Il pensiero omologato, vuole che del “falso problema” dei bambini disforici si proceda con uno sdoganamento, ritenendo che questi possano procedere in delle decisioni di indirizzo della loro esistenza, seppure che – per la loro condizione di immaturità e inconsapevolezza – siano sprovvisti degli strumenti di qualificazione psicologica, che consegue una condizione fisica determinata e chiara, caratterizzata da un organo sessuale definito.

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Bene che l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) abbia tolto la disforia di genere dall’elenco delle patologie: infatti essa non lo è affatto, trattandosi di una afflizione psicologica che sicuramente potrà essere corretta, ma non certo affermata.

La mamma Camilla, ci rassicura comunque: il figlio L. questa disforia la “vive bene”, però si contraddice quando dice che “ognuno nasce com’è”, negando la definizione naturale che è risultata dalla presenza di un organo maschile tra le gambette del nascituro.

A questo punto ci aspettiamo che il Governatore Enrico Rossi, stanzi almeno 100 mila euro per consentire al bambino di andare negli Usa e farsi definitivamente “orientare” in qualche bella clinica e perché no, già che c’è, farsi pure un bell’intervento chirurgico di soluzione definitiva, con una cura ormonale per estinguere quella naturalmente predisposta dal sistema endocrino che l’organismo provvede nella fase dell’adolescenza.

Dov’è l’errore?

Il bambino è maschio, la disforia è probabilmente, solo un fattore psicologico successivo e potrà essere corretta ed emendata dallo sviluppo della personalità dell’infante, certamente ignaro di questa opzione scientificamente disponibile e – qui sta il paradosso – che viene a lui negata per una visione “rovesciata” del problema da parte della sua stessa mamma.

L’amorevole madre si accorge o no, che così facendo è lei stessa che induce sul figlio una “influenza esterna”?

La collega Costanza Mangini è allusiva nella chiusura del servizio, informandoci che siamo di fronte a un episodio che permetterà di fare “un lungo passo avanti fuori dagli stereotipi”, cioè quella condizione dicotomica che ha visto l’umanità da sempre divisa in due generi.

È questo il progresso?

Non siamo d’accordo e ribadiamo la nostra preoccupazione, invitando i lettori ad una attenta riflessione.

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