DON MATTIA: LE MAFIE LIBICHE ED I MERCANTI DI MORTE

Il viceparroco di Nonantola e cappellano di Mare Jonio don Ferrari, ospite del Circolo Arci Cafaggio

Don Mattia Ferrari

PRATO. Quella di venerdì 18 novembre, è stata davvero una serata molto partecipata al Circolo Arci di Cafaggio con protagonista don Mattia Ferrari, vice parroco di Nonantola e cappellano di Mare Jonio, la nave di Mediterranea che nel recente passato è stata impegnata nel salvataggio di esseri umani nelle acque del Mediterraneo.
Una serata intensa, per certi versi cruda che era nata dall’occasione di consegnare a don Mattia un contributo di mille euro devoluti a Mediterranea dai volontari di Cafaggio che si sono impegnati nel mese di agosto per la quindicesima edizione della Festa del Volontariato.
Assente il presidente del circolo Enrico Lulli a causa del Covid, i saluti e la presentazione della serata che ha visto numerosi interventi fra i quali quello di Antonio Vermigli della Rete Radiè Resch di Pistoia, è stata affidata a Giulia Sadun della Casa del Popolo di Cafaggio e dell’Associazione 25 Aprile.
Don Mattia infatti non aveva potuto esser presente il primo novembre scorso alla cerimonia organizzata dal circolo per la distribuzione dei fondi devoluti alle associazioni ed alle organizzazioni del terzo settore e della solidarietà, nello spirito di “aiutare chi aiuta”.
Alla serata che si è svolta nei locali del circolo, era presente anche Ilaria Testa presidente provinciale di Arci che nel salutare ha tenuto a sottolineare il valore del volontariato espresso dal circolo di Cafaggio ed al tempo stesso anche la vicinanza a Mediterranea di cui Arci, a livello nazionale è partner solido.
Una serata che don Mattia, ventinove anni, giovanissimo sacerdote della Diocesi di Modena-Nonantola guidata da Monsignor Erio Castellucci ha condotto verso la recente attualità denunciando le storture di un sistema che lede i diritti umani delle migliaia di migranti che sono confinati nel centri di detenzione.

Partecipata serata al Circolo di Cafaggio

Persone umiliate, sfruttate, violentate, stuprate, violate nei diritti più elementari mentre l’Italia, con il famoso accordo Memorandum del 2017 Italia Libia ed altri di cui è parte anche l’Europa, si sono fatte complici finanziando i carnefici che gestiscono quei veri e propri centri di detenzione che sono veri e propri lager del nuovo millennio.
Don Mattia ha voluto ristabilire il senso alla comprensione dei tragici fatti che avvengono nel lembo di mare che separa il nostro Paese, il continente Europa ed in quei lager, invitando a non lasciarsi strumentalizzare da nessuno, a cercare anche le informazione anche in modo diretto.
In vera e propria opposizione alla campagna mediatica che viene alimentata da un mondo che ricerca nell’odio e nella paura motivo di consenso che va ben oltre la politica e gli schieramenti di parte.
In piena sintonia con i valori evangelici don Mattia ha innanzitutto sottolineato attraverso le parole, pronunciate tre anni fa dell’Arcivescovo Corrado Lorefice, il senso profondamente intimo dello scavare, del guardare oltre: “Dobbiamo stare attenti che può avanzare imperterrita seminatrice di morte la peste del cuore.

La peste oggi è del cuore che smette di irrorare il sangue agli occhi perché riconoscano in ogni volto umano che abita una persona, il suo diritto ad essere riconosciuto come tale, sempre. La paura che esclude i detenuti, i disabili, i poveri, i diversi per cultura e religione, i profughi per fame e guerra. In ogni volto umano che abita l’unica casa comune che è il mondo, questo nostro pianeta parte dell’universo immenso uscito dalla parola creatrice di Dio onnipotente, uscito dal cuore immenso e paterno di Dio”.

“Su Twitter opera un account — ha poi ricordato il giovane cappellano di Mediterranea — esplicito sia nelle inchieste giornalistiche sia negli atti parlamentari come “portavoce della mafia libica”: tale account, oltre a pubblicare materiale per conto della mafia libica e delle milizie, ha pubblicato foto di velivoli militari europei e foto scattate con il cellulare di documenti “top secret” di apparati militari nostrani e ha attaccato pubblicamente alcuni di noi proprio per il nostro lavoro. Tutto questo è stato oggetto di interrogazioni parlamentari ed oggetto di indagini di diverse Procure”.

Un momento della serata

Don Mattia ha reso di nuovo pubblica la denuncia contro le mafie libiche che già lo hanno fatto oggetto, assieme a Nello Scavo, giornalista de l’Avvenire, di minacce per la loro incolumità.
Minacce che arrivano da quella galassia di mondi che vede parte della Guardia Costiera Libica governata da noti boss come Bjia e Al-Khoja.

Quello stesso Bjia che recentemente ha ricevuto anche i gradi di maggiore di una delle componenti della Guardia Costiera quella di Zawjia che gode di assistenza e formazione proprio dall’Italia mentre l-Khoja è direttore del Dipartimento per il Contrasto all’Immigrazione Illegale, che gestisce una dozzina di centri di detenzione finanziati dall’Unione Europea.
In sostanza don Mattia ha voluto rispondere in modo chiaro al clima di falsificazione e mistificazione della realtà per quanto avviene in quel tratto di mare che separa l’Europa dal continente africano, per quanto avviene nei lager libici:
“L’accusa rivolta alle ONG di collaborare con i trafficanti, che non è mai stata dimostrata, è gravemente diffamatoria ed è oltremodo offensiva per noi che paghiamo nella nostra carne le conseguenze degli attacchi che la mafia libica ci rivolge proprio per il nostro lavoro. Non sono le ONG a collaborare con la mafia libica.

Come hanno rivelato le inchieste giornalistiche di Nello Scavo pubblicate su Avvenire.
Alla serata ha preso parte anche Stefano Zecchi membro del comitato scientifico della Fondazione “Ernesto Balducci” e dell’Associazione culturale “Casa Alta“.

[luca soldi]

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