FA BENE LA MEACCI A VESTIRSI DA ‘ROMANINA’

Esordio stagionale, per pochi intimi, al Francini di Casalguidi con la storia della famosa transessuale
Anna Meacci
Anna Meacci

CASALGUIDI. Neanche un teatro, il Francini di Calaguidi, quasi deserto, l’altra sera, per la presentazione dello spettacolo Romanina, primo appuntamento della stagione partita un po’ in ritardo e senza le dovute reclamizzazioni, ha ridotto la sua vis. Brava due volte, Anna Meacci, a non perdere aplomb, carica scenica e pathos e a mandare in scena la storia di Romanina, Romano Cecconi, all’anagrafe, che nel 1957, in quella di Lucca, divenne finalmente Romina Cecconi, Romanina per tutti, dagli amici ai clienti, come sempre sognato da bambino.

Certo, della storia di una delle prime transessuali italiane ad essersi operata, l’attrice fiorentina ne aveva già dato illustri e svariate rappresentazioni. Di nuovo, in parole povere, c’era ben poco, ma valeva la pena vederlo ancora, lo spettacolo, anche e soprattutto di questi tempi, apparentemente così lontani dall’epoca degli accadimenti e invece così terribilmente vicini ai giorni nostri, dove l’intolleranza al diverso continua a soffrire troppo per poter pazientare ancora.

Brava due volte, Anna Meacci, a riportare in vita la speranza e il tormento di Romanina; lo ha fatto con la saudade che caratterizza la sua formazione artistica, una comicità anglosassone, una drammaturgia semiseria, ripercorrendo velocemente le tappe di Romano Cecconi, dagli esordi nella fabbrica tessile e sui marciapiedi fiorentini ridicolmente travestita con gli abiti prestatile da una cugina, fino all’intervento chirurgico a Losanna, la rinascita e la seconda vita, quella da donna. Ma passando per tutte le croci della mortificazione di chi decise, come lei, di non frustrare la consapevolezza di essere nata in un corpo sbagliato, accettando derisioni e umiliazioni inflittele con la sadica e cinica leggerezza di chi si sente autorizzato ad infliggere verdetti, salvo poi, di nascosto, lasciarsi cullare dal magico erotismo di una donna fornita di attributi maschili. Successe nei commissariati fiorentini, nel carcere di Sollicciano, in quello delle Murate, fino all’esilio pugliese, in un paesino caro a Bocca di rosa.

Una storia antica, ma non ancora digerita e che anzi sembra tornare a galla con le cieche violenze e incomprensioni di quando Romano Cecconi decise di uscire allo scoperto e farsi apprezzare per quello che sapeva di essere in realtà: Romina Cecconi. Una storia, la sua, che ha rappresentato l’ariete per una serie di battaglie tristemente non ancora concluse e che sembrano aver subìto un incomprensibile regresso culturale, in un’ottica di autenticità sessista che lascia sbigottiti.

Brava due volte, Anna Meacci, a continuare a battere le dita su questo tasto artistico anche a costo di esibirsi di fronte ad una platea ridottissima e a farlo con una professionalità da tutto esaurito.

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