facce toste. IL MOVIMENTO 5 STELLE SI RISCOPRE DI SINISTRA, E GLI UNICI PERICOLOSI SONO LORO

«Un paese la cui spina dorsale è formata da aziende medio-piccole non può permettersi di tergiversare nel momento in cui uno schieramento - la destra - propone una flat tax e una sburocratizzazione epocale, dando ossigeno a dei polmoni devastati dallo statalismo e dall’Europa egemone»
“Uno vale uno”, lo slogan del Movimento 5 stelle

PISTOIA. Uno vale uno, purtroppo. E il dramma di questo sistema è insito in se stesso: l’ascensore sociale, anzi politico, permette agli inetti di arrivare laddove solo una ristretta aristocrazia dovrebbe stare, ovvero dove si comanda.

Il Movimento 5 stelle si è barbaramente approfittato di questo punto debole: ha attratto il voto di milioni di faciloni i quali si sono sentiti protagonisti di una non meglio precisata avventura iniziata su Rousseau e terminata chissà in quale Palazzo, attaccandogli al naso l’anello della partecipazione attiva, della ribellione verso la casta, della lotta ai privilegi, in un vortice di demagogia insopportabile e oltretutto inutile.

Un mese fa, l’Italia ha premiato lo schieramento del Nulla grillino votando in massa per il reddito di cittadinanza, rimarcando per altro un’amara verità che da troppo tempo un certo politicamente corretto impedisce di raccontare: questo paese viaggia a due velocità, con un Nord produttivo e trainante, anche e soprattutto per la mentalità frignona e assistenzialistica che imperversa nel Sud arretrato e malandato.

Un paese la cui spina dorsale è formata da aziende medio-piccole non può permettersi di tergiversare nel momento in cui uno schieramento – la destra – propone una flat tax e una sburocratizzazione epocale, dando ossigeno a dei polmoni devastati dallo statalismo e dall’Europa egemone. Se ciò accade, è segno che qualcosa si è rotto, che un certo legame con le istituzioni è andato a farsi fottere e con esso anche il buon senso che dovrebbe imporre dei limiti.

Non tutto è perduto, però. Di Maio, come è accaduto al Renzi, non ha idee e non ha carisma, non è portatore di cultura politica e quindi ha i giorni contati, anche fossero mesi o anni: finirà nel dimenticatoio della piccola politica italiana, quella che si dissolve nell’acido dell’inconsistenza e della demagogia forzata. Chi scrive lo sostiene da tempo: Renzi e Di Maio sono le due facce di una stessa medaglia: hanno vinto la lotteria della politica e, come sempre accade a chi ottiene senza meriti, sperperano tutto.

Ho visto una riunione scalcagnata di politici dell’ultima ora e opinionisti a gettone che si sono spartiti le spoglie di un’Italia per bene irretita dai proclami insensati, dai vaffaday e dal patibolo che verrà issato in ogni piazza d’Italia. Si muovevano agilmente ed erano a proprio agio sul palco, maniche arricciate e sorrisi compiaciuti, accogliendo il pm Di Matteo come un eroe, le supercazzole di Fusaro come delle parabole e le odiose invettive di De Masi contro gli imprenditori (“sono dei delinquenti”) come il giusto prezzo da far pagare a chi guadagna.

La loro retorica patetica e senza costrutto è ovviamente finita in invettive già sentite, che vanno avanti dal ’94, contro i soliti noti: Dell’Utri, Andreotti, Berlusconi, tutti mafiosi, tutti amici della mafia, tutti da intercettare, processare, colpevoli fino a prova contraria, stronzi ricchi che non vogliono dividere la propria ricchezza equamente con chi, bontà sua, è messo così male da dover votare per il reddito di cittadinanza. E Toninelli, a Porta a Porta, ha avuto l’ardire di definirsi “geneticamente diverso” da Berlusconi, sebbene tutti i torti forse non li ha: neanche in due vite potrebbe riuscire a compiere metà delle imprese condotte al successo dal Cavaliere.

Invece quest’ultimo si sta dimostrando il solito eroe popolare, uomo di unanimismi e di

Il pm Di Matteo a Sum #02 “Capire il futuro”

consensi capace di fissare la media frequenza di una sintonia non faziosa col suo popolo, quello della destra liberale, produttore di ricchezza e dell’Italia vera e bella e unica. Mantiene l’equilibrio con la durezza di Salvini e la memoria della Meloni, su una corda tesa tra due grattacieli su cui nessuno, come lui, saprebbe muoversi con tale agio.

Non si sono posti una domandina i partecipanti alla kermesse intitolata a Casaleggio: quanto con questi contenuti potremo tirare avanti? E soprattutto, quando produrranno i certi risultati disastrosi, cosa racconteremo? Fino a prova contraria, non hanno idea di come rispondere a questi due semplici interrogativi.

Otterranno il mandato da Mattarella, unendosi con qualche costola del Pd? Molto bene, è ciò che vogliono da sempre ed è ciò a cui dobbiamo condannarli: l’oblio che meritano gli incapaci. Ci vediamo nella Roma che conta, sarà un piacere anche per me!

[Lorenzo Zuppini]

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