FOIBE, LA TRAGICA STORIA DI NORMA COSSETTO

Una memoria inviataci da Patrizio La Pietra per la «Giornata del ricordo»
Norma Cossetto
Norma Cossetto

IL 10 FEBBRAIO è la “giornata del ricordo”. Il ricordo della tragedia, tutta italiana, che colpì le zone di Trieste e dell’Istria dopo l’8 settembre 1943.

Una ricorrenza che spesso viene fatta passare in silenzio e dove le istituzioni locali, a stragrande maggioranza governate dal centro sinistra, non danno una rilevanza significativa a questo evento.

E questo stride con quanto invece viene fatto in occasione della “giornata della memoria” che ricorda la grande tragedia della Shoah.

Non voglio cadere nella trappola di coloro che, a seconda della parte politica di appartenenza, tendono a contrapposi sulla veridicità dell’una o dell’altra parte. Credo sia stupido, ma è palese che la storia delle foibe tende ad essere emarginata da una parte politica.

In certe occasioni, in discussioni di carattere culturale storico e politico, si ha l’impressione che le ferite della guerra civile che fu combattuta in Italia dopo l’8 settembre del 43, non si siano ancora chiuse.

Esse potranno guarire solo se tutti riconosceranno i propri errori e se tutti faranno un piccolo sforzo per cementare una memoria condivisa della nostra storia.

Oggi uno dei temi più drammatici che colpisce la nostra società è quello relativo alla violenza contro le donne, violenze di ogni tipo che purtroppo in molti casi sfociano anche nell’omicidio.

Per questo in occasione della giornata della memoria voglio ricordare uno degli episodi più cruenti di quel periodo che riguarda proprio una donna.

La trovarono supina, nuda, le esili braccia legate dal fil di ferro, entrambi i seni pugnalati, il volto pieno di lividi, il corpo sfregiato e un pezzo di legno conficcato nella vagina.

La trovarono a 136 metri di profondità in quelle strane costruzioni della natura che da quelle parti, in Istria, chiamavano Foibe. La trovarono il 10 dicembre 1943 i vigili del fuoco di Pola guidati dal maresciallo Arnaldo Harzarich. Ci misero poco a riconoscerla, tutti da quelle parti la conoscevano: era Norma Cossetto la bella ragazza che andava in giro in bicicletta per cercare informazioni per la sua tesi.

La formalità dell’identificazione da parte del parente fu uno strazio: a farlo fu lo zio che riconobbe sul suo corpo varie ferite d’arma da taglio e altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri.

Non c’era dubbio, i partigiani titini dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia avevano infierito sino alla fine. Doveva aver sofferto le pene dell’inferno… povera Norma!

Classe 1920, apparteneva a una nota famiglia di possidenti fascisti: il padre Giuseppe Cossetto era un dirigente locale del Partito Nazionale Fascista e aveva ricoperto anche l’incarico di commissario governativo delle Casse Rurali e podestà di Visinada. Nel 1943, all’epoca dei fatti, era ufficiale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e in seguito ai fatti dell’Armistizio dell’8 settembre fu trasferito presso il Comando della Milizia di Trieste. Anche lui come Norma fu ucciso e infoibato. Pochi giorni dopo.

Norma dopo essersi diplomata, brillantemente, nel 1939, presso il Regio Liceo Vittorio Emanuele II di Gorizia, si iscrisse all’Università di Padova. Poi, come avveniva a quel tempo, a partire dal 1941 alternò lo studio a supplenze scolastiche nei paesi di Pisino e Parenzo, mentre aveva deciso di aderire ai Gruppi Universitari Fascisti di Pola.

L’estate 1943 la passò a preparare la sua tesi di laurea che doveva intitolarsi “Istria Rossa” (riferita alla terra ricca di bauxite dell’Istria) seguita dal professor Arrigo Lorenzi. Nelle calde mattine e negli afosi pomeriggi girava per municipi e canoniche alla ricerca di archivi che le consentissero di sviluppare la sua tesi di laurea.

E proprio mentre viaggiava in bicicletta, un giorno, fu fermata e arrestata dai partigiani, era il 27 settembre. Per gran parte dell’estate tutto era scorso tranquillo anche se verso la fine dell’estate l’atmosfera iniziò a farsi pesante e dopo l’8 settembre, la famiglia, come molte altre, cominciò, ad avere minacce armate. Ricorda la sorella Licia: “Ci hanno portato via tutto. Si sono presi anche le divise di papà, che in seguito hanno indossato cucendoci sopra la stella rossa!…Una volta hanno anche sparato in casa. La mamma era terrorizzata e anche noi ragazze. Tuttavia, Norma era un po’ più ottimista e sperava che tutto questo disordine anche morale si dissolvesse presto”.

Poi, il giorno prima dell’arresto, il 26 settembre 1943 un giovane partigiano di nome Giorgio si era recato a casa dei Cossetto convocando Norma al Comando partigiano nell’ex caserma dei Carabinieri di Visignano. Qui, era stata interrogata, e poi le era stato chiesto di entrare nel movimento partigiano. “No” era stata la sua risposta, secca, decisa. I partigiani guardandosi tra di loro glia avevano indicato l’uscita.

Norma fu arrestata insieme ad altri civili che avevano rifiutato di collaborare. Furono confinati tutti nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo per essere poi trasferiti nella scuola di Antignana dove i partigiani si erano spostati per sentirsi più sicuri vista l’avanzata tedesca che avevano occupato Visinada.

Lì, in quella scuola trasformata in prigione, dove magari avrebbe potuto insegnare, fu divisa dagli altri prigionieri. Legata nuda ad un tavolo, fu seviziata e stuprata dai suoi carcerieri a turno, per diversi giorni.

La sorella Licia ricorda che dopo la morte di Norma una signora che volle restare anonima gli si avvicinò dicendogli, a bassa voce: “Signorina non le dico il mio nome, ma io quel pomeriggio, dalla mia casa che era vicina alla scuola, dalle imposte socchiuse, ho visto sua sorella legata ad un tavolo e delle belve abusare di lei; alla sera poi ho sentito anche i suoi lamenti: invocava la mamma e chiedeva acqua, ma non ho potuto fare niente, perché avevo paura anch’io”.

La notte tra il 4 e 5 ottobre Norma e gli altri prigionieri, legati col fil di ferro, furono costretti a spostarsi a piedi fino a Villa Surani. Qui, ancora vivi, furono gettati nella foiba lì vicina. Norma e le altre donne prima di essere uccise furono violentate, ancora una volta.

Sempre la sorella Licia, che fu anche lei arrestata e poi rilasciata, ricorda: “Ancora adesso la notte ho gli incubi, al ricordo di come l’abbiamo trovata: mani legate dietro alla schiena, tutto aperto sul seno il golfino di lana tirolese comperatoci da papà la volta che ci aveva portate sulle Dolomiti, tutti i vestiti tirati sopra all’addome…. Solo il viso mi sembrava abbastanza sereno. Ho cercato di guardare se aveva dei colpi di arma da fuoco, ma non aveva niente; sono convinta che l’abbiano gettata giù ancora viva”.

Con l’arrivo dei tedeschi, dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e, si dice, obbligati a passare l’ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma, composta al centro, di quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima, nell’attesa angosciosa della morte certa.

Soli, con la loro vittima, con il peso enorme dei loro rimorsi, si dice, ancora, tre impazzirono e all’alba caddero con gli altri, fucilati a colpi di mitra.

Norma, nel 1948 è stata insignita dall’Università di Padova della laurea ad honorem, su proposta del rettore, Concetto Marchesi, e del Consiglio della Facoltà di Lettere e Filosofia; nel 2005 della Medaglia d’oro al merito civile dall’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, con la seguente motivazione: “Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio”.

Nazareno Giusti [7-02-2013, da Speciale Foibe]

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