GIANRICO TEDESCHI, UNA VITA A TEATRO

Farà giorno. A.Onofrietti e G.Tedeschi 2 (13.11 Monsummano)
Farà giorno. A.Onofrietti e G.Tedeschi 2 (13.11 Monsummano)

NON SI PUÒ non andare a vederlo, giovedì 13 novembre, Gianrico Tedeschi impegnato sul palcoscenico dell’Yves Montand di Monsummano nei panni del vecchio partigiano Renato in Farà giorno, di Rosa Menduni e Roberto Di Giorgio e con Alberto Onofrietti e Marianella Laszlo.

Per più di un motivo e in questa lista decidiamo di partire dal dato più evanescente, quello scaramantico: lo spettacolo di giovedì è il primo al teatro di Monsummano di questa stagione e rappresenta, oltre che il battesimo al Montand, una prima regionale; affezionati come siamo agli spettacoli, ci parrebbe poco carino saltare proprio un’apertura tanto significativa. Che è affidata a questo signore del teatro, del cinema e della televisione che vanta un curriculum di 60 anni, anni nei quali ha accompagnato, in ironico silenzio, morti e resurrezioni di colleghi e stili, evitando, sistematicamente, proclami.

E senza dimenticare che questo signore, Gianrico Tedeschi, ha 94 anni e che recentemente, nel 2011, per l’esattezza e non per l’età, ma per la vis recitativa, gli è stato assegnato il Premio Ubu come miglior attore nella commedia La compagnia degli uomini, diretta da Luca Ronconi. E poi, noi che siamo cresciuti a Carosello, come potremmo sottrarci dal piacere di vedere all’opera il volto che ci ha fatto sorridere, conciliarci con le giornate trascorse e darci la buonanotte nei piccoli cortometraggi pubblicitari delle caramelle Sperlari, quelle avvolte nella sottile carta di plastica trasparente rossa attraverso le quali gli schermi dei nostri televisori in bianco e nero diventavano a colori?

La storia di Farà giorno poi, merita, da sola, un’attenta visione, perché parla di un vecchio partigiano alle prese con un ragazzotto che strizza apertamente l’occhio al nazifascismo e che ritrova, dopo anni di silenzio assoluto, la figlia, persa molti anni prima tra i meandri del terrorismo di sinistra.

Ma soprattutto, faremo di tutto per non perderci Gianrico Tedeschi perché fu proprio il teatro, durante la prigionia nel campo di concentramento polacco di Sandbostel, dove fu spedito dalle truppe tedesche, a lasciare aperta a lui e ad altri sventurati suoi compagni di prigionia la speranza di resistere. E nel teatro, Gianrico Tedeschi, oltre che la speranza, ha fondato una vita intera, quella che gli impone ancora, vicino al secolo, di non mollare la presa diretta, fondata su quella linea diretta che lega e collega il camerino dal palcoscenico, dove tutte le sere si indossano gli abiti di un altro e spesso, trovandosi bene, si preferisce non lasciarli più, anche quando lo spettacolo finisce e cala il sipario.

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