GIULIANA DE SIO, LA MUSA DI ANNIBALE RUCCELLO

Notturno di donna con ospiti
Notturno di donna con ospiti

MONSUMMANO TERME. È un suo cavallo di battaglia teatrale da tempo, questo Notturno di donna con ospiti, ma anche ieri sera, al Montand di Monsummano Terme, Giuliana De Sio non ha tradito le attese e ha ancora una volta reso onore, merito e preveggenza (sembra una rivisitazione del dramma di Cogne) al suo mentore, Annibale Ruccello, che lo scrisse nella sua breve ma intensissima vita artistica.

È una storia di miseria e frustrazioni, di sogni interrotti sul più bello, di speranze abortite; è una tragedia scandita in una notte di un’estate bollente, appiccicosa, insopportabile. È una drammatica e inutile mattanza, consumata in perfetto folle equilibrio ai danni degli unici incolpevoli: i due bambini, uccisi a coltellate nel sonno.

La scena e la scenografia sono le stesse che si ripetono, uguali ma sempre struggenti, dal 1983, anno della prima rappresentazione. Adriana (Giuliana De Sio) è una donna modesta, alla quale la vita ha imposto rigore e ristrettezze, da sempre, dalla più tenera età. Vive con il marito Michele (Mimmo Esposito), guardia giurata notturna, in una modesta casa nella periferia di Napoli, in attesa del terzo figlio. Nel bel mezzo di una notte, Adriana, assopitasi sul divano davanti alla televisione rimasta accesa, viene bruscamente svegliata da Rosanna (Rosaria De Cicco), una vesciaiuola trasformata in una piccola arrivista senza scrupoli, che sostiene, urlando, di essere stata aggredita in strada. In quel modesto salone sprovvisto di tutto di quel modesto appartamento pieno di nulla, nel giro di breve, piombano, con la stessa ingiustificabile dinamica e inopportunità, Arturo (Andrea De Venuti), Michele e poi anche Sandro (Luigi Iacuzio), il primo amore adolescenziale di Adriana, un ragazzo che vive borderline tra illeciti e galera, la prima stella opaca di una costellazione di fallimenti.

Il sogno-incubo, rappresentato con dovizia di allucinazioni, violenze, soprusi, letali indifferenze, triangolazioni erotiche e sentimentali degni della peggior soap opera e rese ancor più surreali dalle grottesche apparizioni dei genitori di Adriana, il papà, tenero e scorbutico, innamorato a modo suo della famiglia e la mamma, una donnona visibilmente claudicante per un arto inferiore offeso e ingigantito da uno stivaletto correttivo, un’ambriana invadente e possessiva, entrambi rappresentati da uno straordinario Gino Curcione, finisce alle prime luci dell’alba, quando Adriana, indossato ancora una volta l’abito da sposa custodito nella lavatrice, sale nella cameretta dei bambini per ucciderli con una grossa lama da cucina, sotto gli occhi impietriti del marito che la ritrova in un bagno di sangue al rientro dal lavoro.

Un’opera massima scritta da uno degli autori più importanti di questo Paese e che il destino (un tragico incidente stradale) ha sottratto con troppo anticipo agli affetti dei suoi estimatori e alle sue paradossali supervisioni, lugubrizzate da una percezione malinconica e tragica dell’esistenza, di uno spettacolo che non ha saputo ancora rimpiazzarlo.

Sugli applausi scroscianti a fine spettacolo, Giuliana De Sio non si è potuta sottrarre dal dovere di ricordare, anche se per un solo fuggente attimo, Pino Daniele.

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