GLI ITALIANI, QUESTO POPOLO DI ‘ACCAMPATI’

Allo stadio come alla guerra...
Allo stadio come alla guerra…

PISTOIA. Il nostro problema più grande e di non facile soluzione è la mancanza di identità popolare, in altre parole in Italia non esiste un popolo ma una massa o, come disse a suo tempo Montanelli, degli accampati.

La conseguenza di questa assenza la si può vedere nei comportamenti quotidiani della gente, del Governo, dei vari amministratori, della Giustizia, delle Forze dell’Ordine da un lato e nella considerazione che di noi hanno all’estero, anche se si tratta talora dei più pezzenti del mondo.

Questi ultimi, e non sono pochi, possono, al di là del loro stato oggettivo, contare su un cemento che li unisce e li unifica sia in patria che fuori e questa è una forza terribilmente potente. Può essere la religione, la tradizione, la storia ma qualche ragione che li lega indissolubilmente esiste e viene mostrata quando qualcosa o qualcuno li minaccia.

Qui siamo incapaci di qualunque azione spontanea comune, tutti intenti a tirare a campare individualmente mantenendo attive e virulente le distanze trai vari campanili come incarnato alla perfezione dal giuoco del calcio e dalle relative “tifoserie”.

Churchill aveva centrato già allora la nostra indole quando disse: l’italiano è un uomo strano, quando va alla partita sembra che vada alla guerra e quando va alla guerra sembra che vada alla partita.

Anziché unirci  anche uno sport tanto diffuso ci divide e non poco, i fatti lo dimostrano.

Questa nostra deficienza diviene  ancora  più palese alla luce di quanto si verifica nei Paesi vicini e lontani dove spesso il popolo mostra la sua compattezza a dispetto di chiunque, si chiami esso Europa o mondo intero. Questo vuol dire mantenere viva con orgoglio la dignità dell’appartenenza e accresce indubbiamente la considerazione e il rispetto degli altri Paesi qualunque sia il loro nome.

Winston Churchill
Winston Churchill

Non voglio farvi esempi in questo senso, i vari Tg ogni giorno sono zeppi di fatti dei quali ai giornalisti, quasi tutti ignobilmente allineati, sembra sfuggire l’aspetto più importante da sottolineare, cioè quanto si sia costretti a subire all’estero e con l’estero senza tangibili, logiche e ragionevoli reazioni degne almeno di quell’orgoglio che abbiamo perso o che non abbiamo mai avuto.

Del resto provvedimenti energici e decisi richiederebbero, da parte di chi li adottasse, un sostegno che non esiste, quello appunto di un popolo compatto.

Così si subisce in silenzio l’affaire Cesare Battisti, quello dei Marò, i pescherecci sequestrati e così via.

Perfino in Afganistan, dove infuria la guerra, sembra che i nostri militari non abbiano né sparato né ucciso nessuno o almeno le cronache a stampa e televisive glissano sempre sull’argomento come se difendersi fosse un reato e di questo ci si dovesse vergognare.

Un bel carattere non c’è che dire.

Ed io, che non amo gli inglesi, mi ritrovo sempre più spesso ad invidiarli.

Paolo Nesti

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