«GRANDE DISTRIBUZIONE? NO, GRAZIE!»

Cibi veloci...
Cibi veloci…

PISTOIA. Giorni fa ho incontrato un amico.

Giorni fa ho incontrato un amico: “Come va?”. “Oggi mi è toccato mangiare fuori” . “Che hai mangiato?”. “Sono dovuto andare a un supermercato, ho comprato una vaschetta di insalata mista, l’ho condita e l’ho mangiata.”. Al che gli ho chiesto incuriosito: “E il condimento?”. “Eh, all’interno della vaschetta di plastica c’era un’altra vaschetta di plastica più piccola con all’interno olio aceto e sale e pepe in altrettante bustine e inoltre forchetta e tovagliolino, imbustate anche queste”.

Non l’avevo mai vista una vaschetta così  descritta. Sono rimasto perplesso. Che fine hanno fatto le nostre tradizioni?  Ci rendiamo conto dove siamo arrivati? Sì, perché se  non  ce ne rendiamo conto, la prossima novità sarà che dentro una vaschetta (nella vaschetta della vaschetta) troveremo anche l’omino che se la mangia e solo con il pensiero potremo saziarci. Incuriosito, anche io sono andato a cercare una di queste vaschette. Eccola, è di  plastica. Anzi, sono di plastica.

Intendiamoci, qui non è in discussione il contenuto, che può piacere o non piacere, che può essere buono o meno. Qui è in discussione il sistema  di confezionare  tutto. Quello che dobbiamo mettere in discussione è il contenitore, il dilagare del packaging, perché alla fine l’onere dello smaltimento è a carico solo di noi consumatori.

Siamo arrivati ad un punto critico che ci deve far riflettere. Inoltre è da tenere presente che nel Paese principe dei prodotti tipici, che tutti apprezzano e ci invidiano, non c’è più consentito  comprare un etto di prosciutto nel negozio sotto casa.

Il gusto, i sapori ed il profumo del territorio, checché se ne dica, se continuiamo ad  adattarci, ce li butteremo alla spalle. Siamo riusciti a distruggere una tradizione tipicamente italiana: il negozio sotto casa, patrimonio storico, che ha fatto la storia dei mille campanili.

I negozi di vicinato ormai si contano sulla punta delle dita. Forse non ce ne rendiamo conto, ma abbiamo cambiato proprio costume e stile alimentare. Man mano che  si insediava la Grande Distribuzione i piccoli negozi chiudevano, e noi consumatori, inconsciamente,  spinti anche  dalla pubblicità, ci si riversava nei supermercati. Così oggi  andiamo al supermercato a comprare anche un etto di prosciutto  non per libera scelta, ma perché costretti. Se lo vuoi ormai lo trovi solo lì. Magari lo prendi pure nella  vaschetta di plastica e poi  butti pure la vaschetta  nel secchio dell’ indifferenziata, da bravo cittadino.

Che bellezza questo risultato! A chi dobbiamo tanta grazia?

Spesso si scrive e si dice che nel supermercato si fa l’acquisto consapevole. Io credo invece che nel supermercato si faccia l’acquisto meccanico: prendi e butti nel carrello, e la merce che devi comprare è quella  all’altezza del braccio. È solo il braccio che si muove e la mente fa fatica a seguirlo e il carrello si colma e poi una parte la butti via. Ciò è successo, specialmente nel passato quando si stava bene o meglio. Può succedere e succede anche oggi. Oggi con la crisi succede di meno, il braccio se ne sta più vicino al corpo perché la mente è più attenta. Ma comunque vada, se entri in un supermercato, ne esci sempre con qualcosa in più di quello che pensavi di comprare. Chi è un po’ consapevole non dovrebbe prendere neanche il carrello.

Il posto dove si dovrebbe fare l’acquisto consapevole è il negozio sotto casa, dove c’è  una persona esperta su tutto ciò che vende, che ti consiglia  e ti aiuta, ma i negozi sotto casa sono stati quasi tutti distrutti dalle scelte politiche che hanno sempre  favorito la Grande Distribuzione.

Ma la politica che ha fatto per i piccoli negozi? Che vuoi che conti un piccolo negozio! Eppure conta, l’ho letto su La Nazione del 26/2  (discussione sul Pit, Piano di Indirizzo Territoriale con valenza Paesaggistica, tra il presidente della Regione Rossi e l’assessore all’urbanistica Marson, accusata di essere troppo protettiva verso i negozi di vicinato nei piccoli centri storici). È comprensibile l’aspra discussione sulle cave di marmo per l’impatto paesaggistico, ma qual è l’oggetto del contendere sui negozi di vicinato? Si dice che intralcino la liberalizzazione del commercio.  Forse, tradotto, vuol dire più supermercati? Quindi vuol dire più packaging e più spazzatura. D ‘altronde  questa è  la  politica che ci ha portati ad essere circondati da supermercati. È questo il gioco della politica. Ma è questo che vogliamo? Se lo vogliamo, va bene.

Pensare che andiamo al supermercato a fare la spesa, non per libera scelta, ma perché  siamo  costretti dalle scelte  politiche, mi suona come un rimprovero: da cittadino mi sento pure responsabile.

Non è forse la politica che da l’indirizzo dello sviluppo socioeconomico per migliorare la qualità della vita  di tutti e di ciascuno? Infatti l’ha dato l’indirizzo, siamo veramente circondati di supermercati. Adesso che si fa, ce li facciamo bastare o ancora c’è bisogno? Vuoi vedere che ne vedremo aprire  altri?

È sotto gli occhi di tutti che  siamo circondati di supermercati, partendo da est, passando per il sud della città, e poi ad ovest, ogni 200/400 metri c’è un supermercato. Peccato che a nord ci sono le colline altrimenti ci sarebbe già un supermercato anche lì. E per non farci mancare nulla i supermercati sono  aperti pure la domenica. Sono  aperti non solo  per farci consumare di più e produrre più spazzatura, ma anche per farci il piacere di andare, anche la domenica, in macchina,  a fraternizzare con il carrello. O forse chi ha partorito l’idea aveva in mente di disincentivare l’afflusso nelle chiese per la messa della domenica?

... e carrelli della spesa
… e carrelli della spesa

Purtroppo, aumentando la Grande Distribuzione, i piccoli negozi non hanno retto. Hanno chiuso quasi tutti. Hanno chiuso anche gli alimentari all’ingrosso che servivano i piccoli negozi. Al mercato all’ingrosso ortofrutticolo, in via dell’Annona, sono rimasti in cinque a tenere la candela accesa e man mano che vanno in pensione chiudono. Nel comparto alimentare non  c’è più ricambio generazionale da molti anni, perché non si vede futuro. Se poi ci mettiamo pure  i rappresentanti che gravitavano nel comparto delle micro-aziende il quadro è quasi completo. A cavallo del duemila c’era una statistica che evidenziava come la creazione di un posto di lavoro nella Grande Distribuzione ne distruggeva sei nel piccolo commercio.

Allora noi consumatori dobbiamo continuare ad adattarci o dobbiamo reagire? Perché alla fine siamo noi, noi consumatori, che decidiamo. Siamo noi consumatori al centro del mercato e decidiamo noi chi deve vendere di più e chi deve vendere di meno.  Ma ciò può avvenire solo se siamo consapevoli, il che non  è scontato.

Dobbiamo trovare un’ancora a cui aggrapparci altrimenti siamo persi. L’ancora, a dir la verità, è stata già gettata, ma nessuno, sembra, se ne sia accorto.

Ci ha pensato l’architetto Renzo  Piano quando ha detto che vorrebbe rammendare le periferie delle città per migliorarne la qualità della vita. Sì, perché rammendare le periferie non può essere solo una questione urbanistica. Il solo attore urbanistico  non basta a rivitalizzare le città.

È pronto  un altro attore che è in attesa di recitare con l’urbanistica  e così in due si può trovare la  giusta sinergia per dare vita, luce e fascino persino a luoghi degradati. Questo attore è il socioeconomico. E chi lo può incarnare l’attore socioeconomico se non il negozio di vicinato? Il negozio di vicinato, punto di socialità al servizio del territorio, è il posto dove si pratica davvero l’acquisto ragionato e consapevole e, udite udite, ci si va pure a piedi!

Al negozio sotto casa è uso fare la spesa tutti i giorni  e  si compra il giusto per non buttare via nulla e inoltre  di cibi confezionati non se ne parla. Tutto viene incartato sul momento. I sapori e i profumi del territorio devono essere messi in prima fila, a fare bella mostra, della nostra cultura, della nostra storia e della nostra tradizione. Devono essere lì a ricordarci  che noi  siamo quelli  del Made in Italy, che siamo in Italia, patria della dieta mediterranea e dei prodotti tipici.

Quando facciamo la spesa, spesso ci capita di comprare  prodotti in contenitori di plastica e non possiamo fare a meno di pensare alla spazzatura e a quelle sigle tremende che negli ultimi tempi hanno fatto il gioco delle tre carte: Tarsu – Tia – Tares e Tari, gli acronimi della spazzatura, con i quali ci hanno confuso le idee. Ma una cosa è chiara, che si pagano bollettini sempre più cari. Cambia il nome della tassa e gli importi aumentano.

Certamente,  tutti noi,  non solo dobbiamo essere favorevoli alla raccolta differenziata, anzi la dobbiamo incentivare. Ma i costi sono alti, e togliamoci dalla testa che i costi possano, in futuro, diminuire come qualcuno dice, perché la politica che ci sta dietro non lo permetterà. Allora che possiamo fare come cittadini consapevoli?

Possiamo tener presente che la spazzatura ci costa un sacco di soldi  ed è un grosso problema per l’ambiente e per l’aria che respiriamo. Dobbiamo passare seriamente alla prevenzione.

Ma come si fa la prevenzione con la spazzatura? Si può, basta volerlo.  Si comincia, consapevolmente, a cambiare comportamento e domani si arriva a ricambiare costume.

Cambiare costume è un po’ difficile, ma non impossibile, basta creare l’humus adatto. Ma come si fa? Piano piano, “spintaneamente”, dobbiamo  diventare fan di una nuova  forma di vendita ecologista, che deve  produrre meno spazzatura.

Allora ritorniamo ai santi vecchi, al vecchio negozio di vicinato, ma con spirito nuovo e look nuovo. Eccolo  l’attore ecologista. Il vecchio negozio di vicinato, ma adesso lo vogliamo alla spina. Il negozio di vicinato alla spina senza scatole, senza plastica  e senza  cartoni. Tutto quello che  si vende, o quasi tutto, deve essere  sfuso, tutto sfuso. Eliminando il costoso involucro  tutto sarà più sano e costerà  pure di meno. Di meno anche rispetto al supermercato e la produzione di rifiuti solidi urbani  sarà ridotta  a minime quantità. Se abbiamo le idee chiare e ci crediamo, si può fare.

Naturalmente si spera che la politica agevoli l’apertura dei negozi di vicinato alla spina. Ma tanto la politica, dove non c’è succo, non ci vede.

Aspiranti alimentaristi, se siete raffreddati, compratevi un segugio!

Salvatore Petrone

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6 thoughts on “«GRANDE DISTRIBUZIONE? NO, GRAZIE!»

  1. Buona sera, indubbiamente la sua lunga lettera contiene molti elementi di riflessione, mi permetto di aggiungere alcune considerazioni che a mio parere, costituiscono una faccia della medaglia che Lei non ha considerato.
    In primis va detto che i cosidetti negozi di vicinato, erano e sono, molto meno mitici di quanto Lei li dipinge, infatti per lo più si limitano a vendere le stesse identiche cose che si trovano nei supermercati a prezzi maggiorati del 20-30-40%.
    La seconda questione è che se poi, vogliamo prendere quei pochissimi negozi che vendono cose davvero genuine, davvero legate al territorio. spesso non sono negozi per tutti, spesso è roba per gente che può permettersi di spendere molto per il cibo.
    La verità è che i supermercati sono l’unica possibilità per la maggior parte della gente e non mi pare proprio il caso di fare prediche sul tema, che oltretutto partono dal presupposto che la gente abbia bisogno di essere “illuminata”. La verità è che con gli stipendi italiani, le tasse italiane e le bollette italiane il polletto bio del Savigni e i broccoletti bio a 4 euro al kg restano un eccezione e non la regola delle nostre tavole.
    Penso che sul cibo ci sarebbe tantissimo da dire, non ultimo il fatto che mentre molti si stracciano le vesti per i famigerati Ogm, pochi o nessuno sa che attualmente il cibo che mangiamo viene irradiato con raggi gamma sprigionati da Cesio 137 o Cobalto 60 (si, parlo proprio di esposizione del cibo alla radioattività) per aumentarne la durata…comunque argomento interessante. Sulla spazzatura sono con Lei al 100%.
    Massimo Scalas

    1. SALVATORE PETRONE SCRIVE
      _________________________

      È vero, i vecchi negozi di vicinato vendono quasi le stesse cose del supermercato e più care. Però c’è da considerare il grande servizio che rendono nel portare il prodotto sotto casa.
      Così puoi comprare la quantità giusta per un giorno, massimo due, senza bisogno della macchina, non inquini, eviti di fare probabili incedenti, non butti via nulla, non riempi il frigorifero e così risparmi pure corrente.
      Infine eviti la plastica, cosa molto, molto salutare. Ci potrebbero rientrare anche costi per l’aumento della spazzatura. Non mi sembra poco!
      Io avrei qualche dubbio sul costo se facciamo il raffronto tra costi e benefici.
      Il vecchio negozio di vicinato non si è evoluto all’interno del suo ruolo perché è stato abbandonato a se stesso.
      Bisogna intendere il nuovo negozio di vicinato non solo come bio, ma specialmente alla spina, senza plastica: cioè tutto sfuso.
      Qui non si tratta di essere illuminati, ma di essere più consapevoli e purtroppo non si può essere consapevoli di tutto perché non si può conoscere tutto.
      A proposito, non so nulla sui raggi gamma: chi se li può permettere?
      Salvatore Petrone

  2. Buona sera, l’irradiazione del cibo con cesio e cobato radioattivi è una pratica diffusa su larga scala sin dagli anni 50 (Italia compresa), cosa che pochi sanno. Il tutto alla luce del sole come attesta Agenzia Atomica Internazionale. Tale processo è utilizzato per aumentare la durata del cibo, ovvero allungare la data di scadenza e così, en passant, parrebbe che sotto certe dosi d’irraggiamento non vi sia pericolo per l’uomo…anhe se è certo che vi è un’alterazione delle qualità nutrizionali dell’alimento (anche di quello venduto nei negozi di quartiere se non prodotto in loco e da piccoli produttori). Capisce bene che questa è una questione che a mio parere andrebbe risaputa e dovrebbe preoccupare molto di più che non gli ogm e che il cibo sia bio piuttosto che non bio…le lascio questo link:

    https://www.docenti.unina.it/downloadPub.do?tipoFile=md&id=302574
    Massimo Scalas

  3. Mauro Vernarecci di un vecchio negozio di vicinato scrive:
    _________________

    Intanto nei nostri negozi noi serviamo i nostri clienti e con loro parliamo di svariate cose.
    Per quanto riguarda i prodotti non è proprio lo stesso – io dico che siamo in un altro mondo.
    Se parliamo di affettati noi trattiamo prodotti solo nazionali e con stagionatura sopra i 18 mesi.
    Nella Grande Distribuzione pare che trattino prodotti sotto i 18 mesi.
    Per quanto riguarda la frutta e verdura, quando è disponibile, noi ci serviamo di prodotti locali.
    A tale proposito, approfitto dell’occasione per chiedere a chi può rispondere, in base a quale regola
    – nei mercatini di filiera corta organizzati dalle due associazioni degli agricoltori, Cia e Codiretti –
    si vendono moltissimi prodotti non di produzione propria degli agricoltori, ma comprati al mercato.
    Inoltre al consumatore viene detto che non è produzione propria?

  4. Buona sera Mauro, ovviamente non mi permetto di sindacare su quello che lei vende nel suo negozio, ma, per lo meno dove occasionalmente vado io, vedo le solite marche presenti nei supermercati con costi maggiorati di almeno il 30%, la pasta è Barilla o Agnesi o simili, lo stracchino è il solito Nonno Nanni, il caffè è delle solite marche, i bastoncini sono Findus…per quanto riguarda il fresco spesso non vi sono cartellini che ne indichino la provenienza e per quel che mi riguarda potrebbero benissimo avere la stessa provenienza dei supermercati. Esistono negozi più specialistici, in particolare ce ne è uno che fa capo ad aziende e cooperative stanziate tra la collina e l’Appennino, di cui non cito il nome per evitare pubblicità a scapito di altri e in effetti si nota la differenza: per esempio la carne la prendo lì e pure alcuni formaggi e conserve, ma resta un’eccezione nel panorama dei negozi a gestione familiare. Quindi continuo a pensare che Barilla per Barilla, meglio la grande distribuzione. Quanto a Cia e Coldiretti, i suoi cattivi pensieri sono anche i miei, ma non essendo dentro non lo posso provare. Oltretutto sono carissimi.
    Buona serata
    Massimo Scalas
    Massimo Scalas

  5. sed lex, dura lex

    nei mercatini a Km zero si trovano i prodotti non propri, perchè la legge lo consente.

    D.Lgs. 18/05/2001, n. 228
    Orientamento e modernizzazione del settore agricolo, a norma dell’articolo 7 della L. 5 marzo 2001, n. 57.
    Pubblicato nella Gazz. Uff. 15 giugno 2001, n. 137, S.O.

    4. Esercizio dell’attività di vendita.

    1. Gli imprenditori agricoli, singoli o associati, iscritti nel registro delle imprese di cui all’art. 8 della legge 29 dicembre 1993, n. 580, possono vendere direttamente al dettaglio, in tutto il territorio della Repubblica, i prodotti provenienti in misura prevalente dalle rispettive aziende, osservate le disposizioni vigenti in materia di igiene e sanità.
    ….
    8. Qualora l’ammontare dei ricavi derivanti dalla vendita dei prodotti non provenienti dalle rispettive aziende nell’anno solare precedente sia superiore a 160.000 euro per gli imprenditori individuali ovvero a 4 milioni di euro per le società, si applicano le disposizioni del citato decreto legislativo n. 114 del 1998

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