hitachi. HAI IL DIABETE? NON SEI IDONEO AL LAVORO!

Lo “sciopero” 1

PISTOIA. Lunedì scorso un gruppo di lavoratori dell’Hitachi Rail di Pistoia ha interrotto la produzione in segno di protesta e come segno tangibile di solidarietà ad un collega (Riccardo Colligiani) che si è visto negata l’idoneità al lavoro a causa del diabete.

La “fermata interna” contro l’ennesima misura repressiva perpretata dalla azienda per mano del medico del lavoro è stata un segnale positivo in opposizione al modo in cui l’Hitachi Rail affronta i problemi con i lavoratori.

“Coloro che hanno scioperato – è intervenuto a tale proposito il partito dei Carc di Pistoia – vanno portati ad esempio perché hanno intrapreso la giusta strada per difendere il lavoro e i diritti di tutti. Non importa in quanti eravate. Altri seguiranno il vostro esempio”.

La solidarietà a Riccardo Colligiani è stata portata dal partito del Carc con un lungo documento che pubblichiamo integralmente di seguito:

Per l’ennesima volta ci troviamo a denunciare il clima da caserma che si sta manifestando all’interno dello stabilimento pistoiese di Hitachi Rail.

Nel pomeriggio di giovedì 6 febbraio abbiamo ricevuto la notizia che la situazione di cui da giorni stavamo parlando si era aggravata irreversibilmente: il medico competente di Hitachi Rail non ha rilasciato l’idoneità al lavoro a Colligiani Riccardo, “colpevole” di essere ammalato di diabete.

La misura restrittiva presa dall’azienda nei confronti del “Regio” è di una gravità inaudita, in quanto apre la strada ad allontanare tutti quei lavoratori che hanno patologie simili; è un attacco al diritto al lavoro e quindi alla dignità verso persone più deboli, che lo sono per cause di cui non sono certo responsabili!

Con il passaggio da Ansaldo Breda a Hitachi, la situazione in azienda è progressivamente peggiorata. I nuovi proprietari di quella che un tempo è stata il fiore all’occhiello dell’industria ferroviaria in Italia non hanno alcun interesse a trovare soluzioni positive a quei problemi che fino a ieri venivano risolti.

Hitachi è la proprietaria dei mezzi di produzione all’interno dello stabilimento di Via Ciliegiole e in quanto tale si sente libera non soltanto di poter decidere cosa produrre, in che modo farlo e con quali strumenti, ma anche di determinare il destino della propria forza lavoro: di coloro che in tempi di “democrazia” vengono chiamati “risorse umane”.

Parlando della situazione attuale, è sempre più frequente sentir dire dagli operai di essere tornati ai tempi della schiavitù.

Un gruppo di lavoratori si è fermato per protestare

Ma la differenza tra quel periodo e quello attuale sta nel fatto che il singolo schiavo – per quanto potesse essere miserabile – aveva l’esistenza assicurata dall’interesse del proprio padrone che provvedeva al suo sostentamento e alla sua abitazione, oggi invece il proletario è costretto a vendere se stesso giorno per giorno, ora per ora, ad arrangiarsi per procurarsi di cosa e dove vivere.

Se lo schiavo aveva un solo padrone al quale doveva prestare la propria forza lavoro, oggi l’operaio ha come padrone l’intera classe borghese, e il proprio lavoro viene acquistato soltanto se qualcuno ne ha bisogno.

Nella società capitalista il proletario non ha l’esistenza assicurata come invece l’aveva lo schiavo a suo tempo, anche se oggi l’operaio viene definito “libero”!

I padroni ragionano solo ed esclusivamente in base al loro profitto e nel momento in cui un operaio non lo reputano più utile lo gettano via. Non esiste il capitalista buono o il capitalista cattivo.

Chi detiene i mezzi di produzione è costretto a rispettare delle regole specifiche per essere competitivo sul mercato. Questo gli implica di non guardare in faccia a nulla e nessuno; mettere fuori dall’azienda un lavoratore per il solo fatto che deve curarsi per vivere e saltuariamente è costretto ad assentarsi dall’azienda per farlo: come se mancasse dal lavoro per divertimento o poca voglia.

Gli operai devono invece ragionare in maniera opposta a come fanno i padroni. Impedire che il “Regio” venga messo fuori dalla fabbrica non significa soltanto difendere il suo posto di lavoro e quello di tanti altri operai che come lui adesso sono a rischio, ma anche mandare all’azienda un messaggio forte e chiaro: i lavoratori di Pistoia non sono disposti a subire passivamente le loro imposizioni!

Chiunque accetta di subire le bastonate del padrone senza reagire di fatto alimenta in lui la convinzione e la forza che soltanto bastonando l’operaio può tenerlo sottomesso.

Se in azienda ci sono organizzazioni sindacali che per interesse di parrocchia sono disposte a non reagire alle bastonate del padrone, non è detto che i loro iscritti o gli iscritti ad altri sindacati, o coloro che delusi dall’inazione dei sindacati le tessere le hanno rimesse, debbano continuare a restare zitti anziché organizzarsi.

A coloro che iniziano a rendersi conto che stare zitti e prendere le bastonate dal padrone porta soltanto a conseguenze peggiori, diciamo di fermarsi a riflettere sull’esperienza fatta in questi ultimi anni: dai tre ultras messi fuori dall’azienda per una rissa avvenuta in centro al demansionamento di Antonio Vittoria; dalle intimidazioni più o meno velate all’istituzione dei reparti confino per i lavoratori poco “graditi”.

L’esperienza dell’Autunno Caldo negli anni ‘68 – ‘69, quando anche a Pistoia qualcosa incominciò a cambiare dentro la fabbrica, è un’esperienza da tenere in grossa considerazione per gli insegnamenti che offre.

Le Commissioni Interne furono sostituite dai Consigli di Fabbrica che permettevano una maggiore aggregazione degli operai e svolgevano un ruolo sindacale, ma anche politico, dentro e fuori le aziende; nelle grandi aziende il Consiglio di Fabbrica aveva un delegato, di media, ogni 35 operai.

In una azienda come l’Hitachi con 1500 dipendenti il conto è presto fatto; ogni reparto e ogni gruppo omogeneo di lavoratori nominava il suo delegato il quale poteva essere iscritto al sindacato o meno, era revocabile in qualunque momento, la cosa dipendeva da come si comportava, da quante responsabilità si assumeva e come, da quanto era deciso e convinto nel far valere le posizioni e gli interessi del Consiglio di Fabbrica.

Se un delegato non portava avanti le istanze degli operai, veniva sostituito; c’era poi un esecutivo che era un organismo più ristretto eletto all’interno del Consiglio di Fabbrica che si riuniva per prendere determinate decisioni più pratiche e di gestione corrente.

In ogni caso le decisioni principali e più importanti spettavano all’assemblea di tutto il Consiglio di Fabbrica; c’erano poi i Consigli di Quartiere e nelle scuole, dove i delegati del Consiglio di Fabbrica intervenivano per portare la loro esperienza.

In questo modo è stato possibile creare una rete del nuovo potere dentro e fuori dalla fabbrica, capace di indicare al resto delle masse popolari quali misure concrete occorrono per fare fronte agli effetti della crisi e mobilitarle per realizzarle.

Un esempio più recente ed altrettanto efficace di resistenza e lotta alla repressione viene dagli operai iscritti al SICOBAS di Prato, in lotta per diritti minimi come l’applicazione del CCNL e riscuotere il salario (alla “Superlativa” di Prato non lo ricevono da più di 7 mesi); non sono bastate le cariche di polizia e i pestaggi ad operai di squadracce al soldo del padrone, il ricatto del permesso di soggiorno (sono quasi tutti immigrati), le multe per migliaia di euro emesse “grazie” al Decreto Sicurezza a piegarli ma hanno anzi rilanciato promuovendo un corteo, lo scorso 18 gennaio, che a Prato non si vedeva da 30 anni: e il prossimo 22 febbraio andranno al consiglio comunale incentrato sulla loro vertenza che getta vergogna su tutte le cosiddette istituzioni della città.

Invitiamo a manifestare la propria solidarietà al “Regio” spingendo sulle rispettive strutture sindacali affinché prendano posizione pubblicamente sull’infame faccenda, collegandosi con altri operai in lotta: come quelli della GKN di Firenze (terranno un’iniziativa il prossimo 29 febbraio al centro sociale K100 a Campi Bisenzio), con gli operai immigrati iscritti al SI COBAS in lotta nelle fabbriche di Prato, con Massimo Cappellini delegato FIOM alla Piaggio colpito da ripetuti provvedimenti disciplinari.

Invitiamo gli operai Hitachi a partecipare al prossimo consiglio comunale di Pistoia e imporre all’ordine del giorno la discussione sulla situazione di pesante repressione che vivono tra le mura della fabbrica, perché il sindaco sia conseguente con le tante parole fatte sulla difesa della “italianità” dello stabilimento, contro i padroni giapponesi.

Il Partito dei CARC sostiene e organizza ogni operaio che si mette su questa strada, che decide di prendere in mano il proprio destino; a 50 anni dall’Autunno Caldo valgono le stesse parole d’ordine di allora: non sono i padroni ad essere forti.

Sono gli operai che devono organizzarsi per far valere la propria forza!

Sezione Pistoia del Partito dei CARC

pcarc_pistoia@libero.it

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