I PACINI E LA MANIFATTURA DEL FERRO, UN LIBRO DI PAOLO MOGLIORINI

La copertina del libro
La copertina del libro

PISTOIA. È da poco disponibile presso la biblioteca Forteguerriana, donato da Paolo Migliorini, docente di geografia economica presso gli atenei di Roma, il libro “I Pacini e la manifattura del ferro nel pistoiese, dal Seicento al Novecento”. L’autore è il bisnipote dell’ultimo proprietario della ferriera di Capostrada, Tranquillo Pacini.

Il libro, piacevole e divulgativo, ricostruisce, con rigore e con una parallela cronologia dei principali accadimenti storici, lo sviluppo della filiera toscana del ferro a partire dalla signoria dei Medici fino alla dismissione degli inizi del 900, ormai in epoca unitaria.

Fu Cosimo, secondo Duca di Firenze e primo Granduca di Toscana, a dover affrontare l’esigenza di costituire un apparato militare che garantisse la sovranità e l’autonomia dalle potenze italiane ed europee. Incalzato quindi dal bisogno di archibugi, cannoni, spingarde e armature, Cosimo I stipulò nel 1543 un contratto con Jacopo V Appiani, Signore di Piombino e proprietario delle miniere dell’isola d’Elba, in base al quale un nuovo ente, La Magona, avrebbe svolto in regime di monopolio tutto il ciclo del ferro: dall’estrazione del minerale elbano fino alla lavorazione negli impianti toscani e alla commercializzazione.

Vennero fatti arrivare degli armaioli bresciani, di preciso della Val di Trompia, esperti nella lavorazione del ferro, che non apparteneva al Know how granducale, e iniziarono ad operare e a trasferire la tecnologia produttiva nella ferriera di Pracchia.

Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, il Granduca (1765-1790) illuminato, scrive, nelle “Relazioni sul Governo della Toscana”: la vena (minerale di ferro)si trasporta per mare da Rio nell’Elba ai forni fusori della Maremma: qui gli si dà la prima lavorazione, si trasporta poi alle ferriere della montagna di Pistoia per dargli l’ultima lavorazione, o in Capo di Strada sopra Pistoia, dov’è la macchina che per via d’acqua serve a fare il filo di ferro, ed in Pistoia medesima dove si lavorano i chiodi. Tutti questi ferri si mandano poi nelli rispettivi magazzini delle città, ove si vendono per conto della Magona.

Capostrada era un nodo fondamentale della Via del ferro: dai forni fusori maremmani (Cecina e Follonica i principali), dove si colava la ghisa o ferraccio, i blocchi venivano trasportati a Marina di Follonica su carri trainati da buoi; da qui fino a Livorno o a Bocca d’Arno erano condotti via mare su imbarcazioni che facevano il cabotaggio lungo la costa toscana.

Poi, con imbarcazioni più modeste, i navicelli, risalivano l’Arno fino al porticciolo La Lisca presso Lastra a Signa. Da questo luogo la i blocchi di ghisa venivano nuovamente caricati su barconi in grado di risalire controcorrente l’Ombrone fino a Poggio a Caiano, dove terminava il percorso sull’acqua.

Il retro dell’antica ferriera Pacini a Capostrada
Il retro dell’antica ferriera Pacini a Capostrada

Iniziava così l’itinerario terrestre e un gruppo di barrocciai portava la ghisa al deposito di Capostrada, da dove proseguiva per le ferriere disseminate nelle valli appenniniche sul dorso di muli ed asini, visto che non esistevano strade barrocci abili.

La montagna era la sede naturale per la trasformazione della ghisa in ferro perché solo lì erano contemporaneamente disponibili l’energia idraulica in grado di movimentare i magli per la lavorazione ed il combustibile ottenuto dalla legna grazie all’opera dei carbonai.

Già alla metà del Settecento la sopravvivenza degli impianti siderurgici sembrava compromessa per il sovra sfruttamento del patrimonio boschivo montano e non a caso gli impianti si stavano spostando dalla valle del Reno, ormai saccheggiata, alle valli di Lima e del Limestre –a Mammiano Basso la principale ferriere, rilevata poi dalla S.M.I.) – da cui si accedeva a boschi ricchi ed estesi.

Il primo documento attestante che la famiglia Pacini gestiva la ferriera di Capostrada è del 1622. Quest’ultima si trovava nella favorevole posizione terminale della via del ferro ed era alimentata, relativamente all’energia meccanica, da un bottaccio che scaricava poi le acqua nella Gora di Gora (di cui ci siamo già occupati, qui) dopo averle direttamente captate dall’Ombrone.

Sulla Via Bolognese, in corrispondenza del numero 145, solo la facciata mantiene l’aspetto originario, mentre la parte posteriore, dove c’erano i giardini ed il vecchio bottaccio pensile, è scomparsa, sepolta da fabbricati industriale ed abitazioni.

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One thought on “I PACINI E LA MANIFATTURA DEL FERRO, UN LIBRO DI PAOLO MOGLIORINI

  1. In biblioteca San Giorgio è da anni disponibile ( vedi http://biblio.comune.pistoia.it/opac/detail/view/sgp:catalog:435281 ) un VHS realizzato dall’assessorato alla cultura della provincia di Pistoia e dal comune di San Marcello, curato da Riccardo Breschi all’interno dei progetti dell’Ecomuseo della Montagna Pistoiese, dal titolo “Le vie del ferro : dall’Isola d’Elba alla montagna pistoiese cinque secoli di storia della siderurgia toscana”. Un utilissimo link con il libro di Paolo Migliorini!

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