I QUARANTENNI DANNATI E IL FALLIMENTO DELLA SINISTRA

Andrea Scanzi
Andrea Scanzi

PISTOIA. Chissà il nostro quotidiano on line a quale categoria appartiene: a quella gradita a Scanzi o a quella che, se ne parlassimo bene, lui, l’autore, avrebbe il dubbio di aver sbagliato tutto?

Partiamo da questa considerazione per raccontare quel che si è consumato nel pomeriggio, al Museo Marino Marini, a Pistoia, dove la Cgil ha organizzato un incontro per dare modo a Scanzi, giornalista di Il Fatto quotidiano, di presentare il suo ultimo lavoro editoriale, Non è tempo per noi.

È proprio questo uno dei più grandi problemi della generazione dei quarantenni, alla quale, Andrea Scanzi appartiene per indiscusse tonalità anagrafiche: il manicheismo. Perché non esistono vie di mezzo, per i quarantenni fotografati nel libro del collega, che è uno spaccato numerico e dunque labilissimo di una generazione ricca di tutto, anche di pure bestialità; o con noi, o traditore! O si è sulla riva giusta del fiume, o si è seduti su quella sbagliata.

I colleghi di Libero, ad esempio, che si sono permessi il lusso di dissentire sui contenuti del libro di Scanzi, vengono automaticamente messi alla berlina dall’autore, diventano nemici e da loro è bene tenersi a distanza, tanto che non essere graditi dalle loro recensioni è la sua vera fortuna editoriale, prima che ideologica.

Il mondo, carissimo collega Scanzi – e carissimo te lo diciamo con il cuore in mano, senza ironia, a te che sei riuscito ad affermarti perché un merito lo avrai avuto – va esattamente in un altro posto ed è per questo che non è tempo per i quarantenni, soprattutto per quelli che hai ricordato tu oggi, figli dei sessantottini, cresciuti malissimo, sotto la stella del tutto e subito, del 6 politico, del 27 garantito, del sindacalismo che ha consentito di andare in pensione con uno straccio irrisorio di anzianità contributiva e proteggendo, sistematicamente, chi, invece, avrebbe dovuto essere preso a calci in culo e licenziato.

Non tutti però, Andrea: i figli di alcuni di quelli che nel 1968 sognavano un altro mondo sono andati a scuola dai gesuiti, hanno studiato bene e moltissimo, per poi andarsi a laureare negli Stati Uniti, vincendo borse di studio, master e ritrovandosi poi, per magìa, nei posti dei loro padri.

Una speranza c’è, però: e sono i figli dei quarantenni, di quella generazione cresciuta sulle note di Ligabue e su quelle delle notti insonni di Vasco, che sono ormai quasi tutti separati e divorziati. I figli dei figli di quella generazione, cresciuta ad estathè e internet, hanno già capito quanta demagogia alberghi nei fallimenti delle loro mamme e dei loro papà: e per questo ne hanno preso elegantemente le distanze.

E forse si salveranno.

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