«IL DOLORE E LA GRAZIA», NUOVO ORIZZONTE DI CARIFI

Il libro presentato a Lo Spazio con Massimo Baldi e PIero Buscioni
Massimo Baldi, Roberto Carifi, Piero Buscioni
Massimo Baldi, Roberto Carifi, Piero Buscioni

PISTOIA. È l’unico, in città, Roberto Carifi, che non ha bisogno di chiedere silenzio e attenzione. È così da sempre, anche prima della sua conversione, anche prima, dunque, della presentazione del suo ultimo libro, Il dolore e la grazia (Edizioni Le Lettere, euro 9,50), avvenuta nel tardo pomeriggio alla libreria Lo Spazio, di via dell’Ospizio, a Pistoia, la sua seconda dimora e non solo perché sia esattamente sull’altro lato del marciapiede della sua abitazione.

È così intima, la relazione con Lo Spazio che il libro di Carifi, che non ha ancora conosciuto la luce editoriale e della distribuzione, da Mauro e Alice si trova già. Per l’odierna cerimonia, al suo fianco, due vecchi amici, del professore-poeta: l’allievo prediletto Massimo Baldi e l’amico di vecchie escursioni letterarie Piero Buscioni. Nella saletta, gremita e in religioso silenzio, religioso sì, ma buddhista, naturalmente, i soliti inguaribili estimatori del poeta, quasi tutti atei, ringraziando Dio, alcuni colleghi, come Roberto Mussapi e consorte, Giacomo Trinci, Alessandro Ceni, Giuseppe Grattacaso e qualche curioso che adora lasciarsi perforare e sedurre dalla sua poesia.

Che non è più quella degli esordi. È diventata altro, una naturale prosecuzione, uno sviluppo incontrollabile, un epilogo inevitabile. “Mio malgrado”, sostiene il poeta. Che ha preso la parola dopo gli interventi introduttori dei correlatori, che hanno fatto a gara a chi avesse l’ago più lungo e più acuminato per entrare nelle viscere del pensiero carifiano.

Ha iniziato Piero Buscioni, ha concluso Massimo Baldi, posti, rispettivamente, alla sinistra e alla destra di Roberto Carifi. Due navigazioni perigliose, profonde, impavide, spettrali, capaci di dare al poemetto dell’autore un’aurea di trascendenza sublime, quasi eccessiva. Tanto che quando Roberto Carifi ha preso la parola e prima di leggere alcuni suoi versi, si è preoccupato di ringraziarli, entrambi, cospargendosi il capo di umiltà e ricordando ai presenti che la sua necessità è solo quella di diffondere la parola di Buddha.

Un’esigenza esternata e ufficializzata nel 2004 – anche se nata molto tempo prima – quando la sorte gli dette in dote l’ictus, la malattia che l’ha costretto ad un miracoloso intervento prima e alle cure nel centro di Pozzolatico subito dopo. È lì, sulle amene colline fiorentine, che il professore e poeta ha scoperto la compassione, la più nobile delle virtù. E da allora non ha più voluto liberarsene, volgendo tutte le proprie energie e tutte le sue attenzioni verso la dottrina buddhista.

Una conversione che è coincisa con una sua seconda esistenza culturale, un trapasso e un superamento di tutte le esperienze precedenti, che sono quelle che lo hanno catapultato nell’emisfero poetico, ma dalle quali ha preferito staccarsene, senza alcun rinnegamento.

La forza e la potenza della parola sono quelle di prima. Arricchite, sostiene Carifi, dall’illuminazione buddhista. Noi preferiamo il suo periodo precedente, quello blu, quello buio. Ma è solo una questione di dottrina, di empirico ateismo.

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