IL FESTIVAL È BLUES, A PRESCINDERE

La corposa prevendita dei biglietti di questa 35esima edizione che prenderà il via domani sera è la dimostrazione lampante di come il pubblico sia cambiato, generi e preferenze comprese
Blues. 1
Blues. 1

PISTOIA. Forse ha ragione Silvano Martini, responsabile della sicurezza del Festival dal 1985 nonché profondo conoscitore della musica, che protegge dall’assalto dei fan, ma che si gusta, proprio nei paraggi delle casse e sotto i palcoscenici: guai a cambiare il nome al Festival; è e deve rimanere Festival Blues!

Lo scriviamo storcendo un po’ il naso, ma solo perché alla nostra età, con le memorie offuscate dalla nostalgia, siamo ancora inguaribilmente ancorati alle performances di B.B. King, o Carlos Santana, Bo Didley, Steve Ray Vaughan, Pat Metheny, omettendo le centinaia degli artisti piovuti in piazza del Duomo dal 1980 ad oggi e senza volersi arrendere alla realtà, probabilmente evidente, che il blues, nel frattempo, come la musica, che continua a scriversi sugli stesi identici spartiti di mille anni fa, è diventato altro.

Soprattutto perché nessuno ha poteri metempsicotici, né di reincarnazione: i santoni di una volta che hanno trasformato la storia del blues nella leggenda della musica sono defunti, qualcuno, vecchissimo, non ha più voglia di suonare. Il Festival, però, continua, non solo nell’ottica statunitense che the show must go on, ma anche nella dinamica culturale e commerciale che ruota, insindacabilmente, attorno alle manifestazioni culturali.

La corposa prevendita dei biglietti di questa 35esima edizione che prenderà il via domani sera è la dimostrazione lampante di come il pubblico sia cambiato, generi e preferenze comprese. La mostra nelle sale affrescate di piazza del Duomo di Lorenzo Gori sono un ottimo passe-partout per la comprensione dell’evoluzione, meglio, del cambiamento.

Sì, perché rispetto alle oceaniche, maleodoranti, ma decisamente pacifiche invasioni delle prime edizioni del popolo dei figli dei fiori, con un coefficiente blues al limite della dittatura, gli ultimi Festival hanno rappresentato, anche artisticamente, un trapasso generazionale con il quale è oltremodo sciocco e miope non farci i conti. Il fiore all’occhiello di questa edizione sono gli Arctic Monkeys, tanto per scendere nei dettagli contestuali, che il vecchissimo B.B. King, ma non ne abbiamo alcuna certezza, è facile che non conosca nemmeno.

Blues. 2
Blues. 2

Un fiore all’occhiello che la Tafuro dinasty ha giustamente omaggiato concedendo loro la serata dell’epilogo, con una risposta di circa 7.000 biglietti già venduti solo per loro. Di blues ce n’è, ma di quello sottotraccia, un po’ camuffato, risorto dalle ceneri di personaggi inimitabili e giustamente inimitati.

È cambiata anche Umbria jazz, rispetto agl’intransigenti esordi artistici; Montreaux, addirittura, è diventato altro, per non parlare di altre manifestazioni di tono minore che si sono letteralmente rivoluzionate, per riuscire a sopravvivere. C’è modo e modo, ribattono con ferocia incanutita gli inguaribili; domani sera, per il battesimo, ci saranno i Negramaro, bella formazione tutta italiana, ma forse indebitamente promossa ad un’inaugurazione così sontuosa.

In questa settimana di eventi, una miriade, molti gratuiti, alcuni forse irrintracciabili o per i quali occorrerebbe avere il dono dell’ubiquità, la città si dividerà, con la solita ondivaga elasticità, tra fautori e detrattori. I commercianti del centro, che all’inizio chiudevano i bandoni e fuggivano lontano, ora tengono aperto fino a tarda notte, con piacevoli e sorridenti straordinari; lo zoccolo duro dei residenti, sempre più anziani e meno disposti a strappi alle regole, si irriteranno ancor di più perché la babele dei fine settimana si trasformerà in una settimana con molta probabilità infernale.

Nel contesto di questa osservazione, che lamenta la lucida e consapevole mancanza di un’infinità di punti di vista e valutazioni, ci permettiamo di ricordare come nessuna giunta, in questi trentacinque anni di Festival, abbia fatto qualcosa per trasformare questa anomalia in una opportunità senza tempo.

Il Festival Blues, nato Blues’In, coincise con la giunta del Sindaco Renzo Bardelli, frutto di una coalizione Pci-Psi; nel 1985 arrivò Luciano Pallini, figlio solitario, direttissimo, invernale del Partito Comunista italiano. Nel 1990, dopo dieci Festival, sullo scranno di Palazzo di Giano arrivò Marcello Bucci, votato da Pci, Psi, Pri e addirittura Psdi.

Blues. 3
Blues. 3

Dal 1995 ad oggi, anzi, a due anni fa, prima di Samuele Bertinelli, la città è stata guidata da Lido Scarpetti, Lido Scarpetti (1994-2002) e Renzo Berti, Renzo Berti nelle due successive legislature. A nessuno di questi più o meno compagni è venuto in mente, in trentacinque anni, di studiare, progettare e ideare un ostello, anziché tendopoli e campeggi, che potesse ospitare, per il Blues, il popolo multicolor del Festival approfittando, negli altri 362 giorni dell’anno, di continuare a fare affari, sopravvivendo, con i turisti più giovani.

Ha ragione Silvano Martini, probabilmente, circa la denominazione controllata del Festival. E poi, vive a Firenze: quando finisce, torna a casa!

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