il nome della cosa. A PROPOSITO DEI “PARRUCCONI” DELLA CONSULTA

«È una semplice questione di libertà di parola, di opinione e di mera osservazione della realtà. È un semplice chiamare le cose con il loro nome, "dire pane al pane e vino al vino" – o "chiamare i fichi fichi", come si diceva nella democratica Atene di Aristofane e non senza una ambigua allusione alla vulva»

 


A PIÈ DI PAGINA di un altro articolo, ho indicato i giudici della Consulta con un epiteto ironico-umoristico che ne evidenzia certe caratteristiche. Lo ripropongo a tutti i lettori a se stante, anche per una più approfondita analisi sul momento storico che siamo costretti a vivere.

Saggi e sempre agli ordini

parruccóne s. m. (f. –a) [der. di parrucca]. – 1. Persona, per lo più anziana, che la pensa all’antica, e ha, di fronte al progresso, atteggiamenti retrivi: quei p. dell’università gli fanno una guerra feroce (Panzini); un ambiente di parrucconi. Il termine è anche usato, spec. al plur., per indicare persone vissute nei tempi passati, sempre con allusione alla loro mentalità diversa rispetto al presente: i p. del secolo 18°, o 19°. 2. In numismatica, denominazione della quadrupla d’oro di Carlo III re di Spagna, coniata fra il 1761 e il 1785, così detta per la capigliatura folta con cui vi era impressa la testa del sovrano [Treccani].

Per il politically correct del Partito Dominatori che, proprio in questi giorni, si è fatto ricucire l’imene pluristracciato da stupri di potere negli anni in cui ha conciato l’Italia come la prostituta dell’Europa, dare di “parrucconi” ai giudici della [in]Costituzionale sarà una bestemmia non tanto al dio dei cattolici, che ormai conta quanto il due di briscola, quanto ad Allah, cosa ben più seria, perché, con le orde dei talebani e dell’Isis, di cui dispone, è in grado di azzerare – lui sì – l’intera umanità.

Ma è una semplice questione di libertà di parola, di opinione e di mera osservazione della realtà. È un semplice chiamare le cose con il loro nome, «dire pane al pane e vino al vino» – o «chiamare i fichi fichi», come si diceva nella democratica Atene di Aristofane e non senza una ambigua allusione alla vulva.

Lotti, Mattarella, Palamara. Questa è la giustizia in Italia: vi piaccia o no

Di fatto, in questo stato di cacca in cui ci troviamo, la [in]Costituzionale è Lotti[zzata] come, del resto, tutto il resto della magistratura – indipendente sì, e libera: ma soprattutto nell’interpretare la legge per come crede e le piace, non per come è scritta e nel suo valore letterale rispettando il dettato previsto dalle cosiddette Preleggi (una cosa che Conte e tutti gli avvocatini del Pd o dei 5 Stelle dovrebbero conoscere a menadito).

Ma la Corte [in]Costituzionale è, nostro malgrado e a nostro spregio, non un organo di garanzia super partes, bensì una realtà infra partes (sotto le parti; se non addirittura infra-dito) che sta agli ordini di quel Pd che non vince mai le elezioni, ma che governa da sempre.

Bastano tre esempi a far capire che tutti quegli espertoni di diritto non sono altro che dei parrocchetti/parrucconi che hanno imparato a rispondere a comando:

  1. la legge elettorale che dètte vita al parlamento che ha poi scelto Mattarella come presidente, era stata giudicata incostituzionale (da Mattarella compreso, che ora fa il condor al Quirinale)
  2. il blocco delle rivalutazioni delle pensioni, giudicato incostituzionale in prima battuta, ma (vedeteli bene, ’sti parrucconi) giudicato, in una seconda apposita disamina, costituzionalmente ammissibile per il rinnovo del blocco stesso.
    Non solo: le aderenze e le connivenze della politica Pd e della [in]Costituzionale con la Cedu (Corte Europea Diritti Umani [ma quali?]) hanno fatto sì che i giudici europei (campioni, anch’essi, di “favolessismo” [dal pistoiese “fava lessa”, di chiaro significato]), sentenziassero la solenne bocciatura (con un bel rigetto [o vomito?] a priori e senza neppure discuterla) di una class action di pensionati italiani che avevano chiesto di non essere sottoposti a forza a un provvedimento meramente punitivo voluto, in prima istanza, dal famoso/fumoso/famigerato governo Monti-Fornero
  3. il signor Mattarella, cooptato presidente per volontà del Pd e di NapoliStalin; prono a chi lo ha unto e mezzadro dell’asse franco-tedesco, segnala incongruenze d’incostituzionalità nei decreti-sicurezza di Salvini, ma, come ex giudice [in]costituzionale, non vede: 1. di non essere il legittimo presidente della repubblica; 2. di agire secondo le volontà (?) di un parlamento eletto da un rosatellum/rosé che è tanto costituzionale quanto la «mucca nel corridoio» o il «giaguaro da smacchiare» di Bersani l’emarginato.

Cavalli di Troia [base T. Riverso]
Ci sarebbe, forse, un solo modo per salvare questo paese di Badogli, di re in fuga, di traditori, di voltagiubbisti, di corrotti, di Capalbi, di cattocomunisti, di postideologici a 5 stelle, di aspiranti neofascisti, di filosofi e di innumerevoli benìm zonà (in un elegante ebraico = figli di puttana).

E sarebbe (se solo esistesse) che Jaweh scatenasse la sua ira sul paese che ha fatto ricco quel genio di Roberto Saviano, incenerendone non la gente comune e trasformando in statua di sale solo la moglie innominata dell’ebreo in fuga, ma garantendo la perfetta salagione anche ai politici tutti, ai padri e salvatori della patria, a Lot[ti] e a tutto il “giglio magico”, senza risparmiare neppure Giuseppi, il devoto di San Pio.

Una bella vampata di lanciafiamme su Gomorra per impedire l’effetto Sodoma con le sue inculate ai danni del popolo che non conta: e amen.

Questa sì, che sarebbe una vera riforma della giustizia!

Edoardo Bianchini
[direttore@linealibera.info]
Libertà di critica
[fino a quando sarà possibile]


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