IL PAESE DEL «POLITICALLY CORRECT». RAZZISMO O PERMISSIVISMO BUONISTA?

«Pensate se Danilo Restivo fosse rimasto in Italia. I soldi che avrebbe fatto con interviste e memoriali, immortalato ogni giorno da fotografi e cameramen durante processi interminabili»
La stazione di Pistoia. 1
La stazione di Pistoia. 1

PISTOIA. Ci sono Paesi, anche vicini, dove la democrazia è assai più radicata e ben espressa che da noi, dove si definisce qualcuno razzista quando nel soggetto si manifesta odio viscerale verso una categoria, una razza, un ceto, una religione ecc. anche solo a parole.

In questo modo si distingue con efficacia e raziocinio il male di un pensiero perverso e delittuoso da una semplice, coerente, palese constatazione che qualcuno sta calpestando i nostri diritti indipendentemente da chi esso sia o rappresenti.

Purtroppo, in questo campo, si cozza talora contro consolidati limiti cerebrali e culturali che nessun regime e nessuna politica può o potrà ridurre rapidamente ad una augurabile consapevolezza.

Molti dei nostri comportamenti e delle nostre opinabili prese di posizione provengono dalla necessità, particolarmente sentita, di non correre rischi di critica, presi dal terrore di stonare nel coro e quindi di rappresentare una mosca bianca facilmente visibile nel grigio panorama dell’intellighenzia imperante dinanzi alla quale occorre, con deferenza, solo annuire.

Così la maggioranza si affianca a tutto ciò che questa intellighenzia consacra col crisma di filosofie che vogliono proporsi come avanzate, ricche di falsa comprensione per tutto e per tutti, colme di principi utopistici inapplicabili nel reale, intrise di un garantismo indiscriminato e tanto estremizzato da divenire pericoloso.

Gli esempi in questo senso se non si leggono sui giornali possono essere osservati nella vita quotidiana.

Certamente vengono scelte le posizioni e le linee di pensiero più “facili”, più ortodosse, quelle che meno richiedono impegno, responsabilità, carattere, scelte e soprattutto quelle incapaci di evidenziare compatta unità popolare.

La mancanza di quest’ultima indispensabile prerogativa perché si affermino e si consolidino leggi, provvedimenti, istituzioni, perché aumenti il rispetto del mondo verso tutti noi è alla base di molti nostri problemi.

La stazione di Pistoia. 2
La stazione di Pistoia. 2

Difficoltà, le nostre, comuni a molti altri Paesi è vero, con la differenza che radicalmente diversi sono i metodi per arginarle e risolverle. Forse la nostra è soltanto una cattiva interpretazione della democrazia che potremmo ritenere un peccatuccio veniale dovuto solo a una occasionale maleducazione se i suoi effetti non fossero tanto nefasti e si ingigantissero ogni giorno di più.

Basta seguire un qualsiasi quotidiano o un TG nazionale e, naturalmente, possedere un normale senso di obiettiva analisi critica. Vi riferisco di un episodio, accadutomi qualche domenica fa, a conferma di quanto detto sopra.

Erano le tre del pomeriggio al primo binario della stazione. Un giovane sulla trentina importunava, con crescente e sgradevole pressione, passando rapidamente dalle parole ai fatti, alcune ragazze che, impaurite si sono rivolte al capo stazione o presunto tale dal momento che anche il cappellino rosso che una volta lo distingueva sembra ormai affidato al museo.

Avvertita la Polizia sono giunte sul posto due volanti con quattro agenti. Hanno raggiunto l’esagitato che, nel frattempo ignorando il sottopassaggio, attraversava i binari e si trasferiva al secondo binario dove insieme a bestemmie e improperi di ogni genere all’indirizzo dei viaggiatori e delle forze dell’ordine ha preso a spogliarsi farneticando in preda all’alcol o a qualcosa di più.

Era chiaro che fosse un pericolo per grandi e piccini che impauriti si nascondevano dietro ai loro genitori. I poliziotti, senza sfiorarlo con un dito, hanno cercato di convincerlo con le buone ed hanno atteso che volontariamente finisse questo pessimo show e si incamminasse all’uscita dell’impianto ferroviario ove è arrivato stancamente, di malavoglia come si trattasse di una sua benevola concessione.

La stazione di Pistoia. 3
La stazione di Pistoia. 3

Per una mezzora si è dovuto assistere all’indecente spettacolo. Mi chiedevo perché quattro uomini in divisa, rappresentanti della legge che dovrebbe tutelarci, e parecchi viaggiatori dovessero attendere che fosse quell’uomo a decidere spontaneamente come e quando smettere con le sue rischiose bizze.

La risposta l’ho avuta guardando verso il primo binario dove alcuni italiani, col telefonino in mano erano pronti ad immortalare la prevista “violenza” della Polizia da propagandare rapidamente su facebook coi commenti che potete immaginare. Naturalmente anche i poliziotti si erano accorti di questo e da ciò le loro cautele e il loro paziente attendismo.

Ne deducevo, con tristezza, come quasi sempre l’impotenza delle forze dell’ordine non sia dettata dalla loro impreparazione o sufficienza bensì dall’assenza totale di sostegno popolare.

Eppure pretendiamo una vita tranquilla come se per ottenerla si potesse far ricorso alla bacchetta magica o come se il nostro fosse un paradiso terrestre dove aspettare santamente che imbecilli e malavitosi possano convincersi e decidere da soli e col tempo a cambiare vita.

Immaginate qualcosa di analogo sotto la pensilina di una stazione della democraticissima Inghilterra. Io vi ho assistito e posso garantirvi che la Polizia non è andata per il sottile. Ma la differenza da notare è stata che la gente, al fianco degli agenti, ha considerato l’intervento come una normale azione liberatoria non da stigmatizzare bensì da applaudire.

Nessuno si è sognato di sottolineare quale fosse il colore della pelle o la provenienza del soggetto che rappresentava soltanto una inequivocabile minaccia per la comunità.

È innegabile che in quel Paese non siano tutelati i diritti ma tutti sanno benissimo che insieme ad essi viene preteso anche l’assoluto rispetto della società da parte di ogni individuo indipendentemente dal colore e dall’etnia d’appartenenza assicurando celermente, ove necessario, provvedimenti e pene adeguate.

Danilo Restivo
Danilo Restivo

Pensate se Danilo Restivo fosse rimasto in Italia. I soldi che avrebbe fatto con interviste e memoriali, immortalato ogni giorno da fotografi e cameramen durante processi interminabili. Di lui si sono perse le tracce e di lui nessuna immagine è stata trasmessa. Processato secondo regole democratiche in tempi brevissimi, tradotto e inghiottito da galere che, evidentemente rispettando le norme europee, ne assicurano una silenziosa e anonima espiazione. Una differenza non da poco che rivela quanto “popolo” ci sia oltre Manica e quanto ne manchi, invece, da noi.

Faccio pubblica ammenda della mia viltà poiché sono rimasto impietrito sotto quella pensilina, colpevolmente in silenzio anziché manifestare, da solo, come avrei dovuto, per richiedere un intervento doverosamente più deciso.

Ma sono un italiano anch’io e, ovviamente, qualche limite affiora impietosamente.

[*] – Lettore, ospite

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One thought on “IL PAESE DEL «POLITICALLY CORRECT». RAZZISMO O PERMISSIVISMO BUONISTA?

  1. Sarei tentato di dire: “Non ho parole…” davanti ad una ricostruzione, non solo dei fatti, ma dei personaggi e degli atteggiamenti di ognuno, così precisa e puntuale. E mi viene anche rabbia, nel pensare che le forze dell’ordine se sanno quello che devono fare e come (non è possibile che non lo sappiano!) si facciano influenzare psicologicamente da due eventuali coglioni pronti a sbeffeggiarli su facebook; quando magari una massa di persone dieci volte più grande sarebbe pronta a dar loro appoggio, ma tace per le ragioni più svariate; ci sarebbe da augurare ai signori con il videofonino di essere loro, la prossima volta a venire molestati dall’esagitato; così potrebbero accorgersi, come dice un detto popolare, “a che ora fa giorno”.
    Ineccepibile, tra l’altro, il riferimento all’Inghilterra.
    Piero Giovannelli

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