IL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA HA 95 ANNI

Antonio Gramsci
Antonio Gramsci

PIANA PISTOIESE. Il 21 gennaio 1921 un gruppo di militanti guidati da Antonio Gramsci, dividendosi dal Partito Socialista, percorse la strada dal Teatro Goldoni, dove si svolgeva il congresso dei socialisti, al Teatro San Marco dove avvenne la fondazione del Partito Comunista d’Italia divenuto, poi, Partito Comunista Italiano.

È trascorso, ormai, quasi un secolo da quella data. Tante vicende politiche si sono succedute da allora ad oggi, ma la fondazione del Partito Comunista rappresenta, tuttavia, una lezione sempre attuale.

Novantacinque anni sono passati eppure l’esperienza storica di quello che diventerà poi il partito comunista più forte dell’intero occidente mantiene ancora una sua notevole attualità.

È vero che il contesto politico, sociale ed economico, rispetto al 1921, è radicalmente cambiato in Italia e nel mondo e,quindi, anche le sfide con cui dobbiamo misurarci non sono certamente quelle di allora ma i principi fondamentali che ispirarono quell’esperienza mantengono ancora la loro validità nella prospettiva di una trasformazione radicale della società e nel contesto più generale di una lotta per l’emancipazione e la giustizia sociale.

Il Partito Comunista, dopo il periodo della clandestinità, durante il ventennio fascista, e dopo aver partecipato attivamente alla lotta di Liberazione, divenne un grande partito di massa a servizio del mondo del lavoro e delle classi meno abbienti.

Un Partito che ha lottato a fianco della classe lavoratrice, dei pensionati, delle donne, dei giovani costruendo un’opposizione forte e combattiva sia nei luoghi di lavoro che nella società raggiungendo risultati importantissimi sul piano della conquista dei diritti sociali in risposta ed in alternativa alle logiche del capitalismo.

Un Partito che ha sempre lottato per la difesa e l’attuazione della Costituzione della quale fu tra i principali artefici. Un Partito che si è sempre battuto per la libertà e la democrazia nel nostro paese opponendosi ai tentativi della destra reazionaria con il governo Tambroni, alle stragi fasciste, al terrorismo, ai propositi destabilizzanti della P2, alla corruzione con “la questione morale” sollevata da Enrico Berlinguer.

La scelta annunciata da Achille Occhetto alla Bolognina e ratificata, poi, dal Congresso di Rimini del gennaio 1991, decretarono lo scioglimento del Partito Comunista Italiano e la fondazione del Partito Democratico della Sinistra-Pds.

Fu una scelta scellerata che distrusse il patrimonio politico, culturale e organizzativo del più grande Partito Comunista dell’occidente con il proposito di costruire un soggetto politico generico ed indistinto; con la prospettiva velleitaria di costruire “una cosa”, come la definiva Occhetto, che non ha mai preso corpo se non in altre forme rispetto ai vaghi disegni politici iniziali. Tant’è che poi è iniziata la deriva: da Pds a Ds e da Ds al Pd di Renzi.

Alla dissoluzione del Pci seguì la diaspora dei comunisti con l’articolazione in tante piccole formazioni prive di forza sufficiente per essere protagoniste e determinanti nello scenario politico nazionale anche se nel ruolo di opposizione.

L’assenza di un forte Partito Comunista in Italia ha portato a risultati di inversione di tendenza rispetto alle conquiste conseguite nel secolo scorso: cancellazione dei diritti ottenuti con decenni di lotte e di sacrifici, rigurgiti neo-fascisti, un’informazione dominata   dal potere, “riforme” antidemocratiche asservite al potere economico-finanziario ed alle varie oligarchie, privatizzazioni generalizzate nei settori strategici e nei servizi garantiti dalla Costituzione (salute, trasporti, energia, comunicazioni etc. etc.), devastazione ambientale, incremento della povertà, assenza di lavoro e, quindi, di futuro per i giovani, smantellamento del sistema industriale con le più grandi aziende passate nelle mani delle multinazionali, aumento della corruzione e dell’evasione fiscale.

Oggi più che mai vi è l’esigenza di ricostruire una forza politica comunista di alternativa al sistema neo-liberista e rappresentativa del movimento operaio che dopo lo scioglimento del Partito Comunista non ha più una rappresentanza politica.

[papi – prc piana pistoiese]

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One thought on “IL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA HA 95 ANNI

  1. Quanta retorica in questo articolo a firma del Papi e del PRC Piana Pistoiese.
    Si trascurano e si bypassano aspetti importanti o addirittura dirimenti nella controversa storia del PCdI (poi divenuto PCI quando nel 1943 Stalin, per una sua personale e interessata visione politico-strategica, sciolse la Terza Internazionale).
    Per prima cosa il gruppo maggioritario di compagni che diedero vita al PCdI faceva capo a Bordiga. Gramsci, in quell’occasione al teatro San Marco, non prese nemmeno la parola. Questo non significa che si voglia sminuire l’apporto politico di Gramsci, ci mancherebbe, ma unicamente per ristabilire una verità storica spesso “dimenticata” da parte dello stalinismo e del togliattismo, essendo Bordiga divenuto poi un esponente dell’opposizione interna di sinistra.

    È indubbiamente vero «che il contesto politico, sociale ed economico, rispetto al 1921, è radicalmente cambiato in Italia e nel mondo …», ma rimane il fatto che, oggi ancor più di allora, è il capitalismo che domina il mondo. Per i comunisti, dunque e a maggior ragione, la sfida è ancora quella della «trasformazione radicale della società», cioè di una rivoluzione sociale che rovesci nel suo contrario la logica di potere capitalista.
    Ma la storia del gruppo maggioritario del comunismo italiano sotto la guida di Togliatti (e successori) ci parla di altro. Ci parla di una continua ricerca di una collaborazione di governo con le atre forze borghesi, cioè di una partecipazione alla gestione della società capitalista. L’esatto contrario dei principi sui quali nacque il Partito a Livorno nel 1921.
    È stato il dopo ’68, l’autunno caldo del ’69 e le lotte spontanee che ne sono seguite che hanno portato alle conquiste operaie e alle varie conquiste civili. Il PCI, pur appoggiando queste lotte, cercò sempre di smussarne le punte anticapitaliste, ponendosi implicitamente come garante nei confronti del sistema borghese. La successiva politica di Berlinguer e la conseguente svolta di Lama nel ’77 è emblematica al riguardo.

    Ma anche la stessa storia del PRC rende evidente la vocazione “governista” del suo gruppo dirigente maggioritario. Il sostegno al primo governo Prodi e la partecipazione diretta al secondo governo Prodi, nonchè la partecipazione che tuttora è attiva in molte amministrazioni locali, sono il segno più evidente di quella deriva socialdemocratica che fin dalla Resistenza ha caratterizzato i gruppi dirigenti maggioritari del comunismo in Italia.

    Perciò, da parte di tutti coloro che ancora si dichiarano comunisti e che, conseguentemente , aspirano ad un cambiamento attivo, reale, concreto dell’attuale ordinamento sociale, è necessario prendere atto del fallimento di una politica “collaborazionista” quale si è finora esercitata da parte dei vari gruppi maggioritari del comunismo italiano. E conseguentemente aprire una nuova fase che appare sempre più necessaria e imprescindibile.

    A questo scopo e con queste finalità segnalo il seguente link:
    http://pclpistoia.blogspot.it/2016/01/quale-futuro-per-i-comunisti.html

    Mario Capecchi

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