IL RAGAZZO DI BERKLEE

Michele Beneforti
Michele Beneforti

PISTOIA. Si capiva. Si super capiva. Già allora, quando Michele Beneforti, allievo prediletto di Nick Becattini, amava farsi chiamare Mick Beneforti, quando saliva sul palco. La riverenza al maestro era grande, giustamente, ma poi, il ragazzo è diventato un uomo e a suggellare una manifesta e tangibile maturità artistica , lo scorso anno, è anche arrivata la borsa di studio di Berklee.

È lì, a Boston, che l’ancor giovanissimo chitarrista pistoiese trascorre la sua vita da oltre un anno: al College Universitario. Dove si studia, musica e inglese, si suona, si capisce, si tenta di capire. Si impara. E si ricicla.

“Qualche tempo fa – racconta Michele Beneforti, incontrato ieri sera all’Altrove di piazza d’Armi dove si è esibito, il giorno dopo essere atterrato in Italia, in compagnia di alcuni suoi amici-colleghi più cari: Riccardo Onori, un altro suo grande maestro, Enrico Cecconi alla batteria, Cris Pacini al sax e Filippo Guerrieri alle tastiere – ebbi modo di leggere L’alchimista di Paolo Coelho: un libro profetico, perché parla delle imminenze. Bene, io, a quella borsa di studio tenevo più di ogni altra cosa della mia vita e le coincidenze astrali hanno fatto il resto: eravamo 210 musicisti, bravi e convinti nello stesso modo, animati dalle stesse identiche passioni. Le borse di studio erano soltanto dieci; duecento ragazzi come me ci sarebbero rimasti male. A me, la fortuna, ha guardato diritta negli occhi e sono partito”.

Non è cambiato molto, Michele, da quando lo vedemmo una delle prima volte piegato sulla sua sei corde: sorrideva in modo innaturale, allora, ma perché era troppo giovane e contratto, solo perché era all’inizio della lunga strada che ha iniziato, con umiltà e coraggio, a percorrere. Era poco elastico, nei movimenti, sapeva di avere un monte di cose da imparare ancora, anche se la mano sinistra, lungo i capotasti, si muoveva veloce e precisa e la destra, vicino al jack che ne amplifica il suono, pizzicava, con cieca disinvoltura, tanto il mi quanto il mi cantino.

Ieri sera, tanto per chiarire i livelli, Michele Beneforti e i suoi colleghi di palco, hanno dato fiato alla serata con Snoopy Search, brano stratosferico inserito nel Lp Quadrant di Billy Cobham, uno dei precursori della world music.

“A Berkeley è incredibile – continua a raccontarci Michele prima dell’esibizione –. Si respira musica in tutta la città. Ho visto in alcuni locali musicisti che prima di arrivare negli Stati Uniti avevo visto soltanto nei filmati su You Tube. Sono un musicista che vive immerso nella musica, dalla mattina alla sera e quando rientro nella casa dove vivo in affitto, a mezz’ora di bus dall’Università, continuo ad elaborare quello che di giorno mi è stato offerto. Lungo i corridoi del College, ad ogni porta che apre su una stanza, si consumano generi diversi: dall’hip pop al jazz puro, dal jazz rock al rock and roll, dal blues all’elettronica. Non ci si può in alcun modo fossilizzare sulle nostre convinzioni, perché convinzioni non se ne possono avere: la musica ha un ventaglio di opportunità sonore e culturali che non consente di fermarsi”.

Alla pizzeria ristorante, dove dalle pagine di Facebook è stata annunciata la serata, oltre al tavolo circolare posto nel bel mezzo del locale dove si rifocillano i musicisti, ci sono altri tavoli pieni di clienti: il più lungo e popoloso, però, è quello dove siede la famiglia Beneforti; il padre, che non ha mai smesso di accompagnarlo ovunque, prima che decollasse e il resto del parentado, con la sorellina Beatrice lì, accanto al fratello più grande, che non ha mai smesso di adorare, anche se avesse fatto l’impiegato.

“Vivo il presente – aggiunge e conclude Michele prima di pulirsi la bocca con il tovagliolo e imbracciare la sua chitarra –. Non posso fare diversamente. Se iniziassi a fantasticare perderei il contatto con la realtà e non saprei trasformare il metallo che quotidianamente mi passa accanto in oro; se mi sentissi arrivato, mi fermerei lì, dove sono, beandomi di un biglietto che non ho obliterato”.

Poco dopo le 22, all’Altrove, arrivano, alla spicciolata, altri musicisti. Vogliono abbracciare Michele e fargli sentire il calore vero della felicità. Ma all’ingresso, uno dei gestori dice che per la serata occorre pagare un biglietto: dieci euro.

“Hanno ragione, fanno bene – commenta un tastierista – , la musica non è gratis, però bastava scriverlo, sull’evento, che per sentire Michele e i suoi amici, tutti maestri, coloro che non sono a cena devono pagare”.

Pistoia, però, si sa, non è Berkeley e anche per questo, Michele, ti auguriamo, con tutto il cuore, di non tornare. Mai più.

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