IL SILENZIO DI «FRASTUONO» NON ARRIVA A DESTINAZIONE

Iaui Tat Romero
Iaui Tat Romero

PISTOIA. Ha esordito sotto i migliori auspici cinematografici, Frastuono, il docufilm mandato sul grande schermo del cinema Globo di Pistoia alla presenza di un imprevedibile numerosissimo e maleducatissimo pubblico e dello staff, al gran completo, di tutti i protagonisti. Con una gran bella fotografia iniziale, un incipit ingannevole, sulle pendici appenniniche, dalle quali Iaui, il protagonista, scende a valle, come tutti i lupi della steppa che si rispettino, per arrivare in città, dove scorre la vita con i suoi tempi cadenzati e alla quale, la comunità degli Elfi di cui fa parte, ha deciso di rinunciare a collaborare.

E anche qualche bella pagina di poesia, delicata come i lineamenti del ragazzo, che si stagliano sul bianco della neve che ricopre le vallate o che si incunea tra la vegetazione rigogliosa e irta delle stesse zone, mandate in circuito in altra stagione e dunque all’insegna di ben altre atmosfere e colori. È un ragazzo di altri tempi, Iaui, fuori da tutti i tempi, in realtà, ma con un gancio contemporaneo che sembra poterlo catapultare in un qualsiasi momento nella mischia: una piccola consolle, da dove, lontano da tutto e da tutti, la sera, si esercita in prove dub, che è il suo vocabolario, il suo megafono, la sua voce, quella con la quale vorrebbe forse raccontare, alla propria comunità e a quella di fondo valle, le sue ragioni. Una passione senza tensione, che si materializza sistematicamente e che si esalta quando una delle sorelline più piccole usa quel suo strumento di futuro, lavoro e aspettative come se si trattasse di un gioco.

A valle, ad aspettarlo, ma senza conoscerlo, c’è Angelica (Gallorini), una del branco. Falsamente alternativa, una hipster, utilizzando il linguaggio in auge, la ragazza canta e suona la batteria in un gruppo che si esercita, spesso, nella sala-prove di Casa in Piazzetta, dove, tre anni fa, ha preso spunto l’idea di questo lungometraggio che ieri sera ha fatto il suo debutto in casa.

La lirica iniziale, però, perfettamente presentata da Davide Maldi, il regista, che ha ascoltato, lui sì, le voci dei due indigeni interessati, Lorenzo Maffucci e Nicola Ruganti, che ha tratto in inganno, fino all’illusione, tutti gli spettatori, è lentamente, inesorabilmente e beffardamente scemata con il trascorrere della pellicola e il film, nato con i migliori presupposti, ha finito per perdersi e incartarsi in un imbuto, prestando oltretutto il fianco a qualche dubbio. E non ci riferiamo alle modeste doti recitative della donzella aglianese, quanto all’assenza, terminale, del messaggio, una latitanza morale e umorale appesantita da un eccessivo omaggio distribuito, in pellicola, alla città che ha suggerito, ideato e cullato l’esperimento cinematografico: Pistoia.

Le zoomate sulla città, su alcuni suoi scorci conflittuali (Fornaci), dall’alto di alcuni suoi avvenimenti/eventi (Festival Blues), con tanto di passeggiata all’interno di Palazzo di Giano dove si riunisce il Consiglio Comunale sono parse marchette tanto inutili quanto strumentali, fino a rasentare il dubbio che si sia trattato del patto di cooperazione. Passano i sogni di una musica che non sia quella ufficiale, l’anelito berlinese, ma il silenzio del frastuono non ha destinatari, se non quelli che si sono costruiti, con la loro stessa fertile immaginazione figlia di una situazione tutt’altro che dolorosa, gli autori del documentario.

L’incubazione della pellicola ha forse sofferto di un passaggio generazionale che ha di fatto smarrito l’idea originaria, come il peccato. Intatto, purtroppo, è restato il fenomeno troglodita degli spettatori, giunti in massa allo spettacolo anche con 45 minuti di ritardo rispetto all’orario previsto per la proiezione: in un Paese con la P maiuscola – che non è il nostro – frastuono ne avrebbero fatto fuori, perché al cinema, anche con il biglietto già pagato, non sarebbero potuti entrare.

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