immigrazione. QUALE CARITÀ?

Immigrazione

PISTOIA. Esiste un problema extracomunitari che è oramai indubitabile; se poi arriviamo anche a sentire che la manifestazione dei senegalesi in quel di Firenze a seguito dell’uccisione di un pakistano da parte di uno squilibrato (comunista fra l’altro, ma questo per chi scrive è un dettaglio) si è svolta pacificamente, bontà loro e dei centri sociali, allora veramente ci cadono le braccia.

L’avvenimento precede la sanguinosa lite fra rifugiati – non sappiamo se regolari o meno – nell’enclave dell’Iman – Biancalani in quel di Ramini: nihil sub sole novo, verrebbe da dire.

Verrebbero da dire anche tante altre cose, prima fra tutte perché si debba delegare a organismi religiosi un compito che è dello Stato e che lo Stato sarebbe tenuto a risolvere.

Affidare a preti “scugnizzi”, alle loro organizzazioni “fai da te”, in attesa che divengano lucrose associazioni sotto la sigla Onlus, deve fare riflettere.

Se lo Stato non esiste o esiste solo a parole, allora i don – iman alla Biancalani possono solo proliferare e nessuno può permettersi di superare il livello di guardia con critiche e commenti che il nostro, provocatoriamente scatena, un giorno sì e l’altro pure.

Non sappiamo se per bramosia di apparire o per un lecito senso di onnipotenza che la sua schiera di adepti gli fa percepire.

Tra paura e carità

Ma si torna sempre lì: dove non c’è Stato e dove le Leggi non vengono applicate, il senso di accoglienza, specialmente in ambito ecclesiastico, va a coprire un vuoto di fondo che ci riporta al famoso “corruptissima re publica, plurimae leges”.

Don – Iman Biancalani, liberato evidentemente dal suo Vescovo maliziosamente chiamato “ragionier“ Tardelli, sa di poter operare sociologicamente e non ecumenicamente e sacralmente sul “nostro” territorio e può tranquillamente pensare che la sua missione non sia quella del parroco che deve curare le anime della sua parrocchia, bensì quella più pratica e relativistica di sostituirsi allo Stato che non c’è , dimenticando anche che il limite pericoloso e invadente da non superare è quello di chi semel sacerdos, semper sacerdos, si ritrova non per tutta sua colpa o incuria a dover sopperire a una richiesta di aiuto senza limiti e senza regole.

Nel guazzabuglio di competenze e di obiettivi tesi a fornire aiuto ai più deboli e fragili (ammesso che lo siano), si insinua maldestramente un falso senso di bontà che non rispetta le regole di uno stato che si sbrodola a definirsi laico.

Si è storicamente laici perché non si è parte del clero e non si possono adempiere gli Uffici riservati ai Sacerdoti; quando i due termini si sovrappongono e svaporano uno nell’altro, ecco che il caos incombe e, purtroppo, si manifesta anche in comportamenti violenti.

Il vescovo di Pistoia in una recente visita a Lizzano Pistoiese

La tarda età mi porta a ricordare un Sacerdote buono e santo che senza clamore, con sobrietà, ma caparbiamente, senza alcun ché chiedere, si fece carico degli ultimi andando personalmente a recuperare da banchetti nuziali, esercizi commerciali e quant’altro, i beni di prima necessità occorrenti ai suoi ragazzi.

Senza Sprar o Cas, che allora non esistevano. Ovvero, per dirla chiaramente, senza fini di lucro.

Non ne farò il nome perché, lassù dove certamente è, sicuramente non lo gradirebbe, ma è fuori dubbio che l’esercizio della carità senza riflettori è ben più accetta perché ha in sé il fine e non diviene il mezzo per la ricerca di una notorietà a tutti i costi blindata dall’accoglienza politica di una congrega nella quale anche i pregiudicati sguazzano, che è di stanza a Vicofaro e che di questo problema – l’antirazzismo – si serve a scopo esclusivamente politico.

Questo incesto clericale/politico. l’Iman/Don Biancalani forse non riesce a comprenderlo; dovrebbe il suo Vescovo farglielo recepire per il bene di tutti e fargli comprendere che la Carità così forzatamente imposta non è più tale ma diventa in maniera subdola e talvolta incomprensibile, autocelebrazione e noioso esibizionismo.

Siamo stanchi dei vari don Mazzi, don Ciotti e compagnia briscola.

Siamo stanchi di uno Stato che non c’è o se talvolta offre segnali di esistenza, delega agli altri un compito che è di sua esclusiva competenza.

Qualcuno dirà che si vuole difendere l’Iman/Don.

Si, lo difendiamo perché è più debole dei suoi assistiti e da questi inconsapevolmente coartato in un opera di bene che non è più tale ma diviene spettacolo di infimo livello e veicolo di ulteriori disagi.

Ma, se lo Stato non esiste, dobbiamo accontentarci anche delle false interpretazioni di bene che sguazzano in una piscina, in qualche canna o in qualche coltello da cucina.

C’è qualcuno della comunità civile che ha da offrire di meglio?

[Felice De Matteis]

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