IN CITTÀ MARCOVALDO SOFFRE TROPPO

L’ex contadino strappato alla terra e catapultato in città, in fabbrica, alla catena di montaggio. Una delle pagine più delicate e aspre della letteratura-vita italiana
Roberto Caccavo, Marco Natalucci e Gianna Deidda
Roberto Caccavo, Marco Natalucci e Gianna Deidda

CASALGUIDI. Della città, e dei suoi numerosi e fastidiosi effetti collaterali, Marcovaldo ne avrebbe fatto volentieri a meno, come scrisse Italo Calvino e come Gianfranco Pedullà ha fedelmente trasportato sul palcoscenico, ieri sera, al teatro Francini di Casalguidi.

La storia dell’ex contadino, strappato alla terra natale, con moglie e figli, tanti, troppi, e catapultato in città, in fabbrica, alla catena di montaggio, è una delle pagine più delicate e aspre della bibliografia italiana. La trasposizione teatrale non è una cosa semplice; meno che mai riassumere, in poco più di un’ora, e senza omettere alcun dettaglio, la tragicommedia di Marcovaldo, che osserva spesso il cielo alla ricerca di costellazioni, che prova a seguire l’accavallarsi delle stagioni, che viene triturato dal consumismo senza poter recitare, per manifesta indigenza, una scena attiva.

Sul palco, davanti ad una platea ricca di studenti delle scuole medie, orfani della professoressa ispiratrice, Marco Natalucci, Marcovaldo, sorretto, oltre che dalla fantasia scenica di Marco Falai e Saverio Bartoli e dai disegni di sabbia di Fatmir Mura, anche e soprattutto da Gianna Deidda e Roberto Caccavo, che si alternano, con meticolosa rapidità, ad indossare abiti della bisogna. Lungo tutta la rappresentazione, le musiche, originali, di Jonathan Faralli e lo sguardo, vigile ogni oltre ragionevole tassonomia, di Gianfranco Pedullà, spettatore attentissimo delle proprie creazioni.

[foto di luigi scardigli]

 

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