inchieste. MA ALLA FINE LE COSE COME SONO ANDATE NELLA REALTÀ?

 

NIENTE DI NUOVO
SUL FRONTE OCCIDENTALE

 


Il libro sulla Comunità Montana pistoiese

 

di Libro Aperto


 

La vera verità sullo scandalo che ha portato alla chiusura dell’ente della montagna pistoiese”. E l’aggettivo accanto a un sostantivo già di per sé parecchio impegnativo (“verità”) è messo in neretto sotto il titolo completo di questo libro (“Comunità Montana. Nobiltà e miseria”) appena uscito e scritto da un giornalista che si definisce “investigativo”.

Ci sono tutti gli estremi, all’apparenza, per acquistarlo di corsa questo libro e non importa essere o meno abitante della montagna pistoiese per sperare che dall’esercizio di un sano “giornalismo investigativo” emergano finalmente spunti di chiarezza su una vicenda da anni all’attenzione della cronaca.

Aperto il libro, già un elemento balza evidente: la dimensione, elevata, del carattere usato. In questi casi i motivi di una tale scelta tipografica sono due: favorire fra le persone anziane la leggibilità del testo oppure … allungare il brodo perché usando un carattere normale le pagine dell’opera si sarebbero dimezzate.

Diamo pure credito alla prima ipotesi (in effetti ad abitare in montagna sono rimasti, in particolare, anziani. E si sa: i vecchi hanno qualche problema con i caratteri piccoli) e iniziamo a leggere avendo pagato i 15 euro del prezzo. La curiosità di vedere all’opera su un caso così concreto e locale il mitizzato giornalismo “investigativo” è troppo alta per soffermarsi su così piccoli dettagli.

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La terra, dunque i monti sopra Pistoia, è “splendida” e quel mondo è “autentico” mentre le parole (del libro) sono “armoniche” e i parametri attorno alla verità sono (sic) “infiniti”. Ci aspettiamo che subito si entri nel merito di una vicenda non solo giudiziaria.

Nel primo capitolo si tenta una storia di quella Comunità Montana. Diciamo che molto di più e forse di meglio si sarebbe potuto scrivere non essendoci – ad esempio per ricordare che la patrona religiosa di questa zona è Santa Celestina – bisogno di giornalismo “investigativo”. Ma tant’è.

Intitolato “La nobiltà: le realizzazioni della Comunità Montana” il secondo capitolo (con ben 57 delle 119 pagine) è il più lungo. Ma neppure qui c’è molta ciccia per capire ciò che il titolo definisce “scandalo”. Diventando una sorta di “ufficio comunicazione” posteriore, le pagine forniscono, della fu Comunità Montana, una visione tutta lucente. Abbondante l’uso di aggettivi positivi (ma anche, in verità, delle maiuscole). L’attività è stata “rilevante” e l’attenzione “particolare”, le opere “importanti”, il ruolo “significativo” con risorse “notevoli” e ricadute “importanti”. “Buono” lo stato di manutenzione. Non manca un elenco di opere “significative” realizzate. Tutto, certamente, vero.

Ora si passa, con quelle chiamate “interviste”, a dare voce ad “alcuni abitanti”: si tratta, in realtà, di tre sole persone. Subito dopo si chiude il capitolo con “alcuni articoli di stampa” riportando in realtà, oltretutto poco leggibili, una ventina di pagine tratte da un foglio pagato, a inizio anni Duemila, dalla stessa Comunità Montana. Diciamo pure – nessuno si offenda – che il giornalismo “informativo” è altra roba.

Qualcosa, sulla vicenda legata allo “scandalo”, in verità emerge dalle tre “interviste” che peraltro tali non sono. Tutto, in queste pagine, è legato da un filo conduttore: in quell’ente tutto funzionava bene, l’unico errore è stato chiuderlo. Vengono riportati integrali alcuni atti ufficiali, datati 2012.

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E se il giornalismo “investigativo” arrivasse adesso, negli ultimi due capitoli, nell’ultima quarantina di pagine? Il lettore se lo augura: si augura, cioè, che ci sia una ipotesi, meglio se suffragata da documenti, per capire a chi appartiene quella mano messa in copertina del libro, che stringe una mazzetta di euri mentre il sottotitolo urla allo “scandalo”.

L’Avv. Pamela Bonaiuti chiarisce

Diciamo subito che neppure qui di giornalismo “investigativo” si vede traccia. Nei “ringraziamenti” alle persone “che hanno reso possibile” il libro, si cita la “fidata legale” dell’autore (la stessa che ha difeso l’ex economo condannato in primo grado) così come nella pagina precedente si dà giustamente atto che il tribunale ha assolto, il 16 luglio 2019 le quattro persone coinvolte con l’accusa di non aver vigilato. Per loro è finito un calvario (ma forse non la sofferenza) ed è giusto riconoscerlo.

Il filo conduttore è unico: tanto è stata “singolare” la consulenza esterna sui conti tanto era incredibile che qualcuno avesse, in quella Comunità Montana, rubato qualcosa. Alla base della condanna ci sarebbero solo “deduzioni” non dimostrate, la contabilità era sì “tenuta male” e in modo certo “confusionario”, alla carlona, ma pure le indagini (che hanno portato a una condanna nel 2018 in primo grado) sono state condotte “in modo approssimativo”. Tutto, nei bilanci, era regolare e l’unico errore è stato averla chiusa, quella Comunità Montana.

Insomma: si prendono le parti dei processati (non solo di quelli assolti ma pure di quello condannato, anzi soprattutto di lui) e anche sul collegato affare dei soldi che il potere pubblico ha perso sui BIM (Bacini Imbriferi Montani) non è che poi ci si sofferma troppo. Ben 18 delle 24 pagine dell’ultimo capitolo, quello dedicato ai BIM, sono riempite … dalla normativa ufficiale sui BIM.

Alla vicenda BIM, agli “almeno 700 mila euro da recuperare”, sono dunque dedicate appena 6 paginette e mezzo. Si chiudono con una notizia gustosa, peraltro nota: una delle società coinvolte, cioè morose nei confronti degli enti pubblici, ha sede, in montagna, dove risulta essere un albergo appartenente a un ex sindaco, nonché ex presidente della stessa Comunità Montana, che avrebbe dovuto riscuotere anche quei canoni. Non è forse qui che si dovrebbe esercitare il tanto sbandierato giornalismo “investigativo”?

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In verità, nel libro, sono contenuti anche spunti che dovrebbero/potrebbero portare qualche conseguenza. Raccontando, in modo assai benevolo, la vicenda dell’ex economo condannato, l’autore del libro si lancia (pagina 92) in una affermazione gravissima (“Neanche si è pensato a ipotesi quali la creazione di fondi neri a vantaggio di qualche parte politica”) che come giornalista “investigativo” forse avrebbe potuto approfondire.

E qualche pagina prima (pagina 78), sempre in un contesto di benevolenza nei confronti dell’ex economo, si ipotizza, sia pure con un generico “pare”, che la sua “vita” (cioè la condanna dell’ex economo) sia stata “segnata” da un suo comportamento legato proprio alle entrate (mancate!) dei BIM. In pratica (“pare”) l’ex economo avrebbe fatto “richieste” proprio sulla vicenda BIM “argomento molto scomodo”. Una volta lanciato un sasso così preoccupante, non era forse il caso di approfondire?

Il Comitato recupero dell’ammanco Comunità Montana

Un altro elemento di gravità oggettiva lo troviamo a pagina 41. Qui, onestamente, non si capisce se viene riferita l’opinione di uno dei tre “intervistati” oppure il testo è da attribuire totalmente all’autore del libro. La cosa sicura è ciò che si scrive: “la gente della montagna” (concetto abbastanza vago, in verità) crede “che se un minimo di verità esiste, sia una appropriazione da parte del partito finora dominante sulla montagna, non dei singoli”.

Concetto analogo a pagina 39 (e anche qui non si capisce bene chi sia l’autore del pensiero: l’intervistato o l’autore del libro?) riferito a un motivo per cui la CM sarebbe stata azzerata passando alla Provincia tutte le competenze. “La Comunità Montana – è scritto … papale papale – muoveva molti soldi e potrebbe anche essere come dice l’autore che la sua sparizione sia dovuta alla impossibilità per i politici di mettere le mani su quei soldi, perché i montanini li tenevano ben stretti per le esigenze della montagna”.

Identica l’opinione espressa (pagg. 32-33) anche nella seconda intervista. E pure qui non si capisce a chi attribuirla: mancano infatti, quei virgolettati che di norma racchiudono le vere interviste consentendo di attribuire in modo certo la paternità di affermazioni e ipotesi. “La bufera che si è abbattuta sulla Comunità Montana … viene vissuta come una vicenda strumentale alla chiusura della Comunità Montana stessa, creata ad arte per abbuiare un furto ascritto non ai singoli ma al loro partito di appartenenza, per cui alla fine chi ci ha realmente rimesso sono i cittadini della montagna a vantaggio di un partito politico”.

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Insomma, chi è il Caino ammazzatore della Comunità Montana?

Ora, vista la gravità di tali parole, i casi sono solo due: o chi le ha pronunciate ha qualche prova oppure chi le ha riportate sul suo libro e/o le ha scritte lui stesso, dichiarandosi oltretutto giornalista “investigativo”, meglio avrebbe fatto ad accompagnarle con qualche approfondimento, appunto giornalistico, anche per dare valore vero al suo libro.

Quale è il “partito politico” di cui si parla? Chi sono “i politici” che volevano mettere le mani sui “molti soldi” mossi dalla Comunità Montana? Cosa si intende con la “ipotesi” di “fondi neri”? Quale “la parte politica” che ne avrebbe tratto vantaggio? A chi appartiene la mano che stringe soldi messa sulla copertina?”. In che senso quello della Comunità Montana è stato uno “scandalo”? Davvero la Comunità Montana è stata chiusa “ad arte per abbuiare un furto ascritto non ai singoli ma al loro partito di appartenenza”? Davvero l’ex economo è stato messo in croce “perché ha chiesto cose che non doveva chiedere”? Che tipo di “richieste”? Fatte a chi? Fatte quando? E infine: cosa intende l’autore del libro per “giornalismo investigativo”?

Libro Aperto
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