“KAMIKAZE NUMBER FIVE”, LA VENDETTA DI WOODY NERI

Woody Neri a fine spettacolo
Woody Neri a fine spettacolo

PISTOIA. Quando la gente ha iniziato a riempire la sala del piccolo del Bolognini, lui, il mattatore, the sacrificeman, l’agnello di dio era già sul palcoscenico. Sudato. Era già da un po’ che si stava cimentando in impegnativi esercizi fisici e quando le luci hanno lasciato intendere che Kamikaze number five stava per iniziare, Woody Neri, il solitario protagonista, era già stanco, ma non solo perché stava andando in scena una prima nazionale.

Perché così doveva presentarsi, perché è di stanchezza che Giuseppe Massa e Giuseppe Isgrò, autore e regista di questa rappresentazione, che vogliono parlare. La fatica accumulata nei secoli dei secoli dagli ultimi, dagli sconfitti, dai diseredati, dai falliti, dagli emarginati, dagli attori non può che risolversi con il sacrificio, che non è la bomba lanciata contro il treno, ma è il tritolo che decompone i fallimenti e che vendica e rivendica, nel momento della deflagrazione, una vita e un’intera generazione di stenti.

La coincidente deriva sociale proposta dagli esodi, biblici, degli ultimi verso le terre dei penultimi che ormai riempiono, sistematicamente, giornali, telegiornali e talk show è solo un incidente probatorio: Giuseppe Massa è un palermitano che gode e soffre la sua delineata e marcatissima formazione geografica e spirituale, è un uomo che di esodi se ne intende perché di esodi sono piene le pagine delle storie a lui tramandate della sua gente. E di fallimenti.

All’incipit occorre poi aggiungere la decisiva lettura sonora e drammaturgica di Francesca Marianna Consonni, la dramaturg dell’operazione kamikaze, che non si accontenta di denudare completamente il protagonista, ma gli impone anche la danza estrema sulle note, distoniche, di una colonna sonora che è solo un sadico amplificatore della disperazione.

Woody Neri intanto, borghese fin sulla punta delle unghie dei piedi, riesce perfettamente a calarsi nella lontanissima identità richiestagli dal lavoro, ansimando assieme alla tragica preparazione del numero cinque, quello dell’ultimo kamikaze. Gioca con le parole e gioca con questi immaginari interlocutori, che sono il padre, la madre, il fratello e la figlia, piccolissima, decimati nel tempo da un nemico invisibile, ma implacabile, che lo ha lasciato completamente solo a decidere del tempo e di se stesso. Riesce anche a fare la pipì, Woody Neri, nella bacinella con la quale avrebbe dovuto dare prova di capacità al padre, e per ben due volte: il gelo della musica, il gelo degli abiti che non ci sono e il gelo della platea, spaventata dall’aggressione fisica subìta durante lo spettacolo, più una massiccia dose di assunzione di acqua prima dell’andare in scena avranno fato il resto.

A poco o nulla, per provare a coprire le nudità e sentirsi per questo meno a disagio, serve il grande telone che fa da sudario, coperta, bandiera con il quale si avvolge prima di farsi esplodere. Resteranno i brandelli di quell’enorme cortina di stracci, un puzzle di bandiere di tante curve calcistiche tra le quali è anche incastonato un Che Guevara, sul luogo dell’esplosione e qualcuno, tra i sopravvissuti, non stenterà a riconoscere in quel mantello l’abito di Woody Neri e a salvarlo, nel suo atto più estremo, dall’anonimato selvaggio nel quale ha dovuto vivere fino al martirio.

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