LA CITTÀ DI TUTTI, LA CITTÀ DI CHI. 2

Credere che tutto possa tornare a andare al meglio è, forse, un volersi proprio male se è vero che «questo mondo gliè un pelone: chi non pela gliè coglione»!
Noli me tangere...
Noli me tangere…

SERRAVALLE-PISTOIA. Roberto Daghini, di Rifondazione, interviene sulle riflessioni che comparivano in La città di tutti, la città di chi, e scrive:

Caro Direttore,
mi permetta di esprimere alcune considerazioni sulla sua idea del fallimento del comunismo. Essendo un uomo di cultura, saprà che tale filosofia si perde nella notte dei tempi. Si parla di società di tipo collettivistico con gli Assiri fin dal 2.000 avanti Cristo e via.

Ma parliamo dal Manifesto di Marx e Engels (1848). Fu necessario per la nascita di una nuova classe sociale, gli operai, frutto della rivoluzione industriale del 700, portatrice di sfruttamento indiscriminato di uomini su altri uomini. La classe operaia, a differenza dei padroni, non aveva nel proprio Dna la capacità di fare affari e magari alcuni difettavano anche di intelligenza e per questo sono e venivano sfruttati.

La Rivoluzione Russa, nel bene e nel male, diede un’enorme speranza a questa massa di diseredati e per la prima volta costrinse i governi di tutto il mondo a porre in agenda l’organizzazione del lavoro, il salario, l’assistenza medica, le pensioni, i beni comuni accessibili a tutti e tanto altro.

I principi di base del comunismo, uguaglianza, solidarietà, bene comune – secondo il mio modesto parere – non differenziano molto da quelli della religione cattolica o altre; l’unica diversità alberga nel fatto che le religioni pretendono, oltre all’imposizione come verità assoluta a tutti, anche l’enorme cambiale di una promessa di vita eterna, nel caso di un ipotetico retto comportamento.

Mentre per il soggiorno su questa terra sono molto più elastici e si differenziano molto. Come lei saprà, i principi e le idee, pur essendo validissime, vengono di volta in volta interpretate a seconda della convenienza storica o personale, creando i danni che tutti noi conosciamo, sia che si tratti di religioni o di ideologie in primis che quella comunista.

Mi creda: il comunismo, come le religioni, non è morto, perché le filosofie di vita e i valori cui si ispirano sono modi di essere, insiti nelle persone e prescindono da sigle di partito, sette o Papi, che vanno e vengono. I problemi sorgono quando, per convenienza personale, ambigui individui arrivano ai vertici di partiti e religioni, imponendo teorie e distorcendone i principi.

Per quanto riguarda la sua provocazione di affidare la cosa pubblica alle massaie, escludendo filosofi, avvocati e altre categorie di professionisti, non mi vede per niente favorevole. Le posso assicurare di aver conosciuto molte persone non appartenenti alla nobiltà che non avevano nulla da invidiare al più scaltro dei malfattori e nella malaugurata ipotesi di un loro coinvolgimento nella gestione della cosa pubblica, per loro cultura e indole, sarebbero riusciti, in poco tempo, a mandare in bancarotta uno Stato intero.

Di contro, ho anche avuto modo di conoscere individui (non molti, in verità) che seppur proprietari di grandi patrimoni sfoggiavano una grande umanità, così grande da far invidia a un frate francescano.

Secondo il mio modesto parere, molte volte le persone fanno la differenza, anche se sono costrette ad operare in organizzazioni corrotte e altro. Ne sono esempio lampante i giudici Falcone e Borsellino, l’avvocato Ambrosoli e altri illustri vittime, che pur operando in contesti difficili hanno dato la vita per il trionfo della giustizia.

Risulta a verità che il comunismo come era stato concepito 70 anni fa, oggi non va più bene, come del resto anche alcune filosofie cattoliche, ma mi creda, i suoi valori sono ancora validi. E lo saranno sempre.

Roberto Daghini

«CANDIDO» È UN RACCONTO SATIRICO

 

candido-voltaireCaro Daghini,
le lezioni lasciano il tempo che trovano e non fanno – come si dice delle chiacchiere – farina.

Di fatto viviamo quello che viviamo: e a quel che viviamo ci hanno condotto i furono-comunisti, che hanno tradito tutto e tutti per un pugno di dollari e, oggi, per qualche dollaro in più. E gli va bene anche Monti, la Fornero e la finanza selvaggia.

Tutto bello, quello che scrive: ma non creiamo l’utopia dell’utopia. La sinistra del dopoguerra (non quella socialista riformista… – e io c’ero) ha spaccato di tutto: a cominciare dai cabbasisi di Montalbano.

Ci vorrebbe, sì, il comunismo: e di quello vero. Non quello che state vivendo voi nostalgici né quello dei compagni – mettiamo – dell’avanzato Comune di Serravalle, poveri – perfino – dell’educazione di base. E uno di questi giorni spiegherò a dovere perché.

Ma se lo immagina Renzi che dà un colpo di spugna ai suoi 20 o 30mila euro al mese con annessi e connessi? Ma facciamo meglio: D’Alema, Occhetto, Napolitano… Ora basta. Sennò mi taglio le vene.

Il comunismo è fallito perché – e lei lo dice benissimo, fra le righe del suo intervento, per chi sa leggere anche il non-esplicito – l’omo è omo e… in fondo in fondo «questo mondo gliè un pelone: chi non pela gliè coglione»!

Le massaie, se non altro, sarebbero più concrete e molto meno cacone che non i cattedratici e gli intellettuali alla Monti-Fornero.

Un saluto molto anarchico, ma non senza preoccupazione per la sua visione del mondo migliorista da vero Candido

Edoardo Bianchini

Sostenete questo quotidiano con un piccolo contributo attraverso bonifico intestato a

«Linee Stampalibera» Iban IT08V0306913833100000001431 su CariPt di Porta San Marco-Pistoia. Riceverete informazioni senza censure!

Print Friendly, PDF & Email

One thought on “LA CITTÀ DI TUTTI, LA CITTÀ DI CHI. 2

  1. Caro Daghini, se ho ben capito, in estrema sintesi per te il comunismo è una filosofia di vita. Per cui ritieni che abbia le sue radici, come tutte le filosofie, nell'”idealismo”. Cioè ritieni che, in fin dei conti, sia un prodotto della mente.
    Esattamente il contrario di quanto affermano in primis Marx ed Engels (che di comunismo se ne intendevano. O no!?).
    «Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza ».
    È evidentemente un compito improbo (direi impossibile) riassumere Marx in una frase. Ma a me pare che questa frase tracci una netta linea di demarcazione e con estrema chiarezza tra il “socialismo utopico” (quello al quale mi pare tu faccia riferimento) e il “socialismo scientifico”. Engels nel suo “Antidhuring” ce lo spiega in maniera perfetta e senza possibilità di equivocare.

    Non mi meraviglia comunque questo tuo modo di essere e di definirti comunista. È peraltro comune alla grande maggioranza di compagni che hanno pensato, e tuttora pensano, che il comunismo sia quello che è stato contrabbandato come tale dal “togliattismo” (figlio diretto dello stalinismo). In effetti, soprattutto in Italia, non era e non è stato altro che una “socialdemocrazia”; che dunque prefigurava una forma di società che cercava, pwer la sua gestione, un compromesso con il capitalismo senza però metterlo in discussione.
    L’esatto contrario del comunismo.
    Ritengo molto diseducativo e sostanzialmente controrivoluzionario parlare di comunismo e descriverlo nella maniera così palesemente falsa e fuorviante come lo stai facendo tu e tutti i tuoi compagni del PRC. Comprensi tutti gli altri che continuano ancora e vivere quel grossolano equivoco rappresentato dal PCI togliattiano e berlingueriano.

Lascia un commento