“LA GRANDE BELLEZZA”, UN OSCAR ALLA RETORICA

La grande bellezza
La grande bellezza

FUORI DALLA SALA cinematografica dove andammo a vederlo, memori soprattutto di alcune pregevoli precedenti pellicole dirette dallo stesso regista, non rimanemmo affatto colpiti. Poi però, dopo la pioggia di riconoscimenti con la quale è stato accolto, fino all’Oscar come miglior film straniero, ci siamo sentiti in dovere di riguardarlo, La grande bellezza. Lo abbiamo fatto ieri sera, sull’emittente regina di Mediaset, Canale 5. Ma l’impressione iniziale non è cambiata. Anzi.

È un video-cilp, un promo turistico di Roma capitale del mondo, un sublime lungometraggio fotografico che ruota attorno ad un vero e proprio Gagà, Toni Servillo, che non indossa i panni di Gep Gambardella, è Gep Gambardella. Lo diciamo alla luce non tanto della pellicola di Sorrentino, ma dopo averlo visto all’opera qui a Pistoia, al teatro Manzoni, rileggere Le voci di dentro di Eduardo de Filippo.

È lui, l’attore attorno al quale Paolo Sorrentino ha costruito la propria fama, l’uomo dell’Oscar: Toni Servillo è veramente uno dei pochi, se non l’unico, attore italiano con un passo e una cadenza europei. Il resto del cast che dovrebbe impreziosire il film, infatti, nonostante i nomi, da soli, potrebbero assicurare e garantire scenari apocalittici ai botteghini, è un modesto contributo alla causa cinematografica: Sabrina Ferilli, Carlo Verdone, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Paola Ferrari ricalcano, pesantemente, i loro piccoli, modesti e ormai inflazionati orti recitativi. Vero, sono funzionali alla causa di Gep Gambardella, ma temiamo che oltre alle caricature di loro stessi non sappiano fare molto altro di più.

Ma al di là delle ordinarie rappresentazioni dei comprimari – il solito Verdone nei panni di un uomo imbranato, viscido, pusillanime, senza nerbo; Sabrina Ferilli, la solita bellissima popolana pseudo analfabeta che trasuda comunque saggezza; Carlo Buccirosso, l’immarcescibile rattuso, come si dice a Napoli –, la cosa che desta particolare impressione è che questo film, che non è certo il migliore di Paolo Sorrentino, abbia raccolto così tanti e vasti consensi. Ci sorge il dubbio che dietro la premiazione ci sia, al di là di un mare di retorica – ormai di casa, a casa nostra – un poderoso investimento morale per la rinascita del Paese Italia.

Un film inutile, quasi dannoso, siamo onesti, che si guarda allo specchio, che ritrae uno spaccato ridottissimo d’umanità, profondamente decontestualizzante, derisa, ma non abbandonata, che si piace e si applaude, togliendosi il privilegiatissimo sfizio di bissare l’identico primato (miglior film straniero) toccato quindici anni fa a La vita è bella di Roberto Benigni. E non cambiamo idea anche sapendo che siano stati Federico Fellini e i Talking Heads, ad ispirare Paolo Sorrentino; ci consola in compenso il fatto che tra le dediche, Paolo Sorrentino ne abbia rivolta una a Diego Armando Maradona, che ha rappresentato per Napoli e per questo Paese di calciofili, un pallido e detestabile specchietto per le allodole, servito soltanto a rimandare a data prossima il funerale della nostra inciviltà.

Il punto più basso, comunque, ieri sera, durante la proiezione del film, si è toccato in uno degli intermezzi pubblicitari televisivi, dove il regista, in incredibile perfetta sintonia umorale, reclamizzando la marca di un’autovettura, lo ha fatto definendola grande bellezza! A questo, forse, servono gli Oscar?

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