LA MERAVIGLIA DI FAR PARTE DELL’UNIVERSO

La Compagnia di Virgilio Sieni
La Compagnia di Virgilio Sieni

PISTOIA. A volte, capita di pensare la vita come una signora saggia e un po’ lunatica che, dal suo scranno di legno dorato e velluto, ci guida, bastona e dona, a seconda del suo volere.

Capita di prendersela con lei, se di tanto in tanto ci sentiamo le ginocchia fragili, se il nostro cuore si annerisce. Quando mi succede, decido io, rendo il mio corpo polvere e me ne vado laddove è impossibile recuperarmi fino in fondo, perché vi appartengo. Mi muovo nell’aria, sospesa per le correnti ascensionali, e da lì, sola, contemplo la salvezza dell’umanità. L’arte.

Verso le 21:30 di una sera dolce e invernale, plano verso Firenze, Cango, Cantieri Goldonetta. La Compagnia di Virgilio Sieni si esibisce in uno spettacolo di danza contemporanea, “Quintetti sul nero”, un omaggio ad Alberto Burri, sulla musica di Daniele Roccato. Muri e scale di pietra, poi due porte di vetro da cui il pubblico affluisce fremente in una grande sala, disponendosi su sedie e cuscini distribuiti lungo tutto il perimetro rettangolare.

Io in mezzo a tutti. La nostra postazione ci permette di guardarci negli occhi, ci si riconosce in attesa della stessa vivanda da gustare nei successivi 60 minuti. Poi le luci si fanno soffuse e cinque danzatori riempiono il centro con le loro pose. Sono Jari Boldrini, Ramona Caia, Claudia Caldarano, Maurizio Giunti e Davide Valrosso.

stelleGli occhi di tutti, fissi sui loro corpi, ne seguono le linee, la muscolatura ombreggiata, la tensione. E cominciano a fendere il buio con i gesti, diffondono energia, si condizionano fra loro con gli sguardi, la pelle, il respiro. È una catena che non si interrompe mai. Chi cade viene sostenuto, il costruito si decostruisce e viceversa, gli scatti e la morbidezza convivono, ogni movimento che finisce è sempre e soltanto in attesa di un altro che cominci.

Scorre la vita a fiotti e non la perdo di vista. Sorrido, perché lo scranno di velluto ha lasciato il posto a qualcosa di fluido; non ci sono punizioni, non ci sono doni. Solo un fiume infinito di bellezza da contemplare. E quando si contempla qualcosa, si finisce per perdersi al suo interno, per mondi sconosciuti.

Stavolta mi sono imbattuta nel lavoro quotidiano sul proprio corpo, nello studio inarrendevole per la perfezione, la qualità di ogni più piccolo movimento. E tutto, a contatto con l’altro, il suo corpo, la sua perfezione.

Applausi voluminosi, restituisco il rispetto che mi è stato dedicato, e me ne vado. Sono di nuovo carne, di nuovo materia vulnerabile. Mi scrollo un momento dall’incanto che provo, e mi nasce dentro un pensiero. Pur nella mia esistenza fragile, mi sento fortunata rispetto a chi, per indole naturale, è indifferente al sublime.

Perché con ogni volta che ne faccio esperienza, divento sempre più capricciosa, incontentabile finché non raggiungo quel picco di soddisfazione eterea. Al contrario, accontentarsi del superficiale significa riservarsi sensazioni inscatolate e incolore, costringersi alla mediocrità, condannarsi al grado più artefatto della felicità.

Chi si accontenta decide di morire nell’istante in cui lo pensa, è uno spreco di energia. E l’energia è il motore di un cuore sempre giovane, che sanguina, ma non desiste. Come la danza di quei cinque artisti, vigorosa e immortale.

Così, mi convinco che, spesso, l’unico modo per rubare lo scettro alla nostra vita è essere grati alle meraviglie dell’universo, in tutte le loro forme, perché la vera conquista dell’uomo è la consapevolezza di farne parte.

Gaia Perretta

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