LA “NOSTALGIA CANAGLIA” DI AL BANO

Unico filo conduttore l’amore. Per i genitori, per la famiglia, per la sua magnifica terra, per la musica
La sfilata prima del concerto
La sfilata prima del concerto

MONTECATINI. La serata si apre con una sfilata di moda offerta da “Portici Gambrinus”: eleganti abiti in colori pastello si susseguono indossati da belle ragazze e un paio di fusti, una collezione assolutamente deliziosa.

Poi, eccolo. Impeccabile, questo leone della musica italiana non sfodera gli artigli ma una voce potente, intonata, immutabile, un dono della madre Iolanda. Mentre canta Angeli viene proiettato il primo dei filmati che seguiranno tutto il concerto. La sua infanzia, la sua terra, Cellino San Marco, il padre Carmelo. Lo accompagna la sua band, con tre coriste.

Il teatro Verdi è pieno. Grande pubblico. Dalle prime file parte qualche richiesta, ma lui, rispondendo “Purtroppo il mio non è un ristorante”, promette che in scaletta ci sono tutte e prosegue con Ci sarà.

Al Bano
Al Bano

Racconta degli esordi. Non è solo un concerto, ma un diario di vita raccontato con la musica. È il momento di recidere il cordone ombelicale, parte per il Milano il 5 maggio 1961.

Si sente sperduto, non capisce “quella lingua”. Mette una brandina in via Giambellino e comincia a darsi da fare. Adesso la ringrazia, quella città, e dice “amo Milano come una seconda mamma”.

Ma la notte lo assaliva la nostalgia e combatteva con due verbi: restare o ritornare. Pensava al suo paese, così lontano. Ecco quindi Nostalgia canaglia, poi passa a Chopin con Il suo volto, il suo sorriso.

Al Bano con Pino Aprile
Al Bano con Pino Aprile

A questo punto propone una poesia in musica, Guarda caso ti parlo del Sud, scritta dal suo amico Pino Aprile, accompagnato solo dal maestro Artemisio Paoletti al piano. Ed eccolo sul palco, questo amico, che ci parla della Puglia, di alberi e pietre che hanno la stessa età, ci parla dell’ulivo, autoctono, cioè pugliese. Con orgoglio parla di quella terra. Di un patto tra l’ulivo e l’uomo. Racconta che le radici dell’ulivo devono sentire le campane sennò marciscono… che ognuno di noi ha un ulivo fratello… che gli uliveti camminano, si espandono, invitando tutti ad andare a visitarne uno di 2.500 anni a Savelletri, vicino a Brindisi.

Al Bano continua con il filo conduttore sull’antichità di Puglia ricordando Sacco e Vanzetti. Nicola Sacco, pugliese, morì sulla sedia elettrica, dopo tre tentativi.

Nel 1968 incontra Mikis Theodorakis, impegnato contro il regime dei colonnelli, scriverà per lui Il ragazzo che sorride.

Continua Al Bano la sua protesta contro “questa disumanità”, ipotizzando che uno scienziato possa inventare una pillola antiguerra… Pensa a quella nei Balcani quando scrive Il Paradiso dov’è vedendo una bambina che correva via… Poi canta Libertà.

È in versione reggae il suo omaggio a Mimmo Modugno “in Puglia e nel mondo sfidava tutti, e non morirà mai”, con Volare, nel blu dipinto di blu.

All’inizio del secondo tempo un bambino in braccio alla mamma gli consegna un omaggio floreale. Riprende con Il mio concerto per te, l’Ave Maria e il molto apprezzato Va’ pensiero dal Nabucco di Verdi.

Con il figlio Yari
Con il figlio Yari

Poi arriva la sorpresa-figlio: Yari, il secondogenito dei coniugi Carrisi si esibisce prima da solo poi in duetto con il padre.

Yari conduce a Ylenia, l’amata figlia scomparsa. Da questa tragedia nasce La mia vita, struggente canto dove esprime il suo toccante dramma, “e quanto amore via con lei…”.

L’ultima perla è Felicità. Ma Romina manca.

È mezzanotte, il concerto è finito, 71 anni e non accorgersene, ha cantato per quasi tre ore. Non si dimentica di salutare Alberto Lapenna, Stefania Craxi e il Presidente del Kazakistan.

Gentilissimo, firma libri e autografi e stringe le mani di chi si accalca sotto il palco. Il suo pubblico, che lo ama e lo segue in questa lunga carriera, è contento, brillano gli occhi delle signore.

Acclamato dal suo pubblico
Acclamato dal suo pubblico

Ci regala l’ultima emozione con Nel sole. “Amore, amore, corri incontro a me, e la notte non verrà mai più”.

Grazie, per questi messaggi di speranza e d’amore.

[d.g.]

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