la trebisonda. E RINGRAZIARE IL CIELO CHE IO NON LA ABBIA MAI PERSA, CHÉ ALTRIMENTI SAREBBERO STATI SERI PROBLEMI PER MOLTI

La situazione di Pistoia è, nel complesso, tragica: la pubblica amministrazione è generalmente allo sbando. Nei Comuni navigano amministratori semianalfabeti e dipendenti che soffrono della “sindrome dell’italite”. In procura regna il clima che sta simpatico a Nordio e che, di fatto, protegge il dissesto pubblico in nome di un presunto potere che i Pm non hanno: quello di sentirsi e di operare al di sopra e al di fuori della legge, con aria di arroganza e, non di rado, spregio della legalità. E la stampa? Prona ai magistrati, scrive quello che le viene chiesto e tace quello che le viene vietato


 


MA CHE FORTUNA AVERE AUTORITÀ

SANTE E VESTALI DI LEGALITÀ!


 

Il mio stile e la mia lingua non sono cambiati da allora. Eppure per Gaspari viene in mente una citazione da Montale, La casa dei doganieri: «Tu non ricordi; altro tempo frastorna la tua memoria…». Allora di là c’era Luigi Egidio Bardelli: stavolta Claudio Curreli e Giuseppe Grieco

 

C’è, sul web, un portale Facebook di Mauro Banchini che si intitola La Trebisonda.

In Vocabolario Treccani, garanzia di politicamente corretto su suolo italico, si legge: «trebiónda s. f. – Soltanto nella locuz. perdere la t., perdere la bussola, l’orientamento, cioè restare disorientato, frastornato, o anche perdere le staffe, cioè il controllo di sé: aveva perso del tutto la t.: pareva impazzire (C. E. Gadda)».

Su quel portale – e solo su quel portale – Mauro Banchini, mio ex collega di La Nazione da San Marcello (anni 60-70), ha appreso a scrivere in cronaca insieme a me, sotto giornalisti come Valeriano Cecconi e Alberto Ciullini. Io ho iniziato prima di lui, che è più giovane di me, da Quarrata. Ma la scuola, più o meno, è stata la stessa. Abbiamo fatto cronaca, quando la cronaca era cronaca e quando di caccole se ne raccontavano meno. In qualche modo siamo quasi omònimi (Banchini-Bianchini), ma senz’altro “fratelli” in verità.

Coerente con le sue idee, Mauro ha testimoniato varie volte che quello che avevo scritto e stavo scrivendo, rappresentava la verità sostanziale dei fatti. E lo ha fatto – insieme a pochi altri degni di nota – sia dinanzi alla commissione di disciplina dell’ordine (ma quale ordine?) dei giornalisti; che in aula, in tribunale, dinanzi a quello stesso giudice, Luca Gaspari, che, chiamato da Luigi Egidio Bardelli a giudicarmi per diffamazione, pur avendo letto che a Bardelli di Tvl e della Maria Assunta in Cielo (allora Aias) avevo dedicato ben più di 150 articoli piuttosto vivacemente pepati, sentenziò che, in virtù della libertà di cronaca, critica e commento, tutta quella valanga di scritti non costituiva reato.

Banchini – e non lo dico perché amico, ma perché così è – è sempre stato l’unico a sostenere la crociata della verità, della legalità e della trasparenza che è caratteristica peculiare del mio scrivere «alla Montanelli»: anche se l’ignoranza di cosa sia il montanellismo, ha fatto dire in aula, a due sostituti della procura (Claudio Curreli e Giuseppe Grieco), che onorare la verità alla maniera di Indro è tutt’altra cosa dal mio modo di scrivere. Ma tutte le opinioni hanno ragione di accoglienza, specie quelle di chi, pur non sapendo niente di giornalismo, solo perché sono magistrati, si sentono unti del Signore e infallibili come il Papa.

Risultato: quello stesso giudice che mi assolse, Luca Gaspari, anche se non ho mai cambiato il mio stile, la mia scrittura e la mia sàtira, s’è fatto stavolta convinto che io sia un vero e proprio stalker. Epperò, se mi è consentito pensare e manifestare il mio modesto parere ex art. 21 della Costituzione, sarei più portato a credere che Gaspari, stavolta, forse anche un po’ per convenienza, abbia preferito salvare i suoi colleghi piuttosto che la verità.

Stesso stile, stessa lingua, stesse staffilate, stesso tutto. Stesso io. Ma… diversi gli accusatori?

L’ultimo intervento di Mauro Banchini su di me e la mia titanica lotta contro i mulini a vento, è quello che potete leggere qua sopra. Gliene sono – come sempre – assolutamente grato e lo ringrazio pubblicamente: nessuno – e sottolineo nessuno – degli altri giornalisti di Pistoia, della Toscana, delle altre regioni e delle firmone dei giornaloni critici (televisivi, cartacei e d’ogni erba un fascio) ha avuto il coraggio di respirare.

Tutti in apnea dinanzi ai pubblici ministeri così cari a Nordio, proprio stamattina redarguito dalla Giorgina – anch’essa già in ginocchio dinanzi ai terroristi delle nostre vite?

Quello che, però, mi interessa focalizzare, insieme al pensiero di Mauro, è l’intervento di un suo lettore, Riccardo Nesti, che sembrerebbe voler offrire buoni consigli e indicazioni, a costo zero, su come o cosa io debba fare per giungere a dama e ristabilire la legalità.

Solo che Nesti ha due falle sulla fiancata che ha strusciato contro l’iceberg come il Titanic:

  1. è chiaro che non ha seguito la vicenda sin dall’inizio, e interviene come tanti dei miei studenti dell’università di Perugia quando si presentavano all’esame di letteratura latina senza aver letto i testi e venivano, perciò, subito o in poco tempo invitati (con gentilezza, perché non amavo sclerare come molti prof. universitari) a tornare ma solo dopo aver studiato per altri tre mesi;
  2. non ha la più pallida idea di cosa si parli se scrive, perfino con un certo stupore, che «Il Comune non tutela i diritti di terzi (sembra strano ma è così)».

Non importa che cerchi di darmi suggerimenti come questi. Quello che ha voluto aggiungere, lo conosco a menadito e da quasi 60 anni di lavoro iniziato proprio in Comune dopo: 1. una idoneità alla dirigenza; 2. un concorso vinto da carriera direttiva; 3. un concorso vinto da carriera di concetto; 4. un concorso vinto da carriera esecutiva. Posso dire, insomma, che vengo dalla gavetta. E da una buona gavetta.

A Nesti ricordo che non mi sono mai rivolto, per risolvere i miei problemi, al Comune di Quarrata e ai suoi sgangherati politici e dipendenti, impreparati e anoressici di cultura amministrativa; succubi di segretari comunali che, a volte, ne sanno meno di loro; tutti protetti da magistrati che, di indagini, non ne hanno svolta neppure una – e ciò sta venendo fuori ogni giorno di più. Non ho fatto questo, di cui Nesti sembra essere convinto.

L’Uomo Ragno Romiti quando era assessore ai lavori pubblici aveva il dovere di riportare il rispetto della legalità sul Montalbano. Lo ha fatto? No. E ora che è sindaco sotto tutela di Mazzanti, che intenzione ha? Tagliare nastri e andare in giro con l’ombrello e col gelato di Tvl in mano?

Ho solo chiesto un ravvedimento legalitario e una correzione di sfilze di errori osceni, al Comune di Quarrata: una Sabrina Sergio Gori, sindaca inutile e ottusa che non capiva oltre la punta del proprio naso; un Marco Mazzanti, che vede chiaro per quanto gli permettono i due culi di bicchiere che gli fanno da lenti sugli occhiali: con tutti i falsificatori, suoi lecchini, che si sono subito allineati alla sua stupida inerzia; ora un Gabriele Romiti, sindaco uomo-ragno che, se sa fare il sindaco come ha saputo fare egregie cazzate da assessore ai lavori pubblici, quando ha realizzato un impianto di illuminazione pubblica su strada privata per l’Agriturismo degli Arancini, sarà meglio che non sputi troppe ragnatele in giro, perché difficilmente potrà restarvi attaccato al sicuro e senza pericoli.

«Quindi – scrive Riccardo Nesti – pare che sia il terzo a doversi tutelare… Con quali strumenti?».

Gentile signor Nesti, io mi sto tutelando, infatti. Le strade, che mi si aprivano, erano due:

1. il fucile
2. la sàtira

Ho scelto la seconda via, perché non ho una cultura da BR. Mai avuta. E insisterò ancora perché:

  1. né le «autorità costituite» da un lato hanno intenzione, com’è loro dovere, di correggere i propri errori, che in vari casi possono perfino rasentare ipotesi di favoreggiamento, di abuso d’ufficio e di metodi più o meno di stampo mafioso;
  2. né quei santi magistrati, che hanno voluto farmi condannare e lo hanno fatto senza indagini e senza leggere niente dei documenti presentati, mostrano alcun interesse per il loro dovere di essere soggetti alla legge e di comportarsi degnamente «con disciplina ed onore», come da Costituzione.

Creda, signor Nesti… Io non sono, invero, nessuno. Ma gran parte di questi giovinottini pimpanti, sia del Comune che della procura, sono, secondo il mio modesto punto di vista, assai meno di me.

Specie in riferimento al loro esaltatissimo rigore morale.

Edoardo Bianchini
[direttore@linealibera.info]


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